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Disegnare il comfort moderno: uno schizzo di Charlotte Perriand per Le Corbusier

Un foglio ingiallito, note rapide in francese e una domanda ancora aperta: come si progetta una seduta che pensi al corpo prima ancora di sapere chi lo userà.

Disegnare il comfort moderno: uno schizzo di Charlotte Perriand per Le Corbusier

Ogni volta che entra in studio qualcosa di nuovo — un libro, un catalogo, una fotografia — mi fermo. È un’abitudine che non so spiegare razionalmente: il gesto di fermarsi davanti a una cosa bella prima di capire perché lo è. Lo schizzo di Charlotte Perriand che ho davanti, con il suo foglio ingiallito e le note rapide in francese, mi ha fermato a lungo.

“Coussin d’automobile + souple à l’assise”, scrive a matita. Cuscino d’automobile. L’ho riletto due volte. Era il 1928, e lei stava progettando una seduta contemporanea guardando ai sedili delle auto — non come decoratrice, ma come ingegnera dell’abitare.

Perriand aveva ventitré anni quando entrò nell’atelier di Le Corbusier e Pierre Jeanneret. Le fu affidata la responsabilità dell'”équipement intérieur de l’habitation” — l’attrezzatura dell’abitazione moderna. Non l’arredamento, non la decorazione: l’attrezzatura. Una parola tecnica, esatta, che spostava il problema dal gusto alla funzione. Quello schizzo è la traccia di quel pensiero in azione.

Le linee sono nervose, tracciate di getto. Sezioni trasversali, molle a spirale, figure umane che si siedono e si sdraiano. C’è una nota che mi colpisce: “2 plans ou” — due piani, oppure. Nemmeno la soluzione era ancora definita. Era ancora una domanda aperta. È questa la fase del progetto che trovo più onesta: quando il disegno non descrive, ma pensa.

Quelle annotazioni — “avec ressorts”, “caoutchouc, éponge, ressorts”, “coussin du siège en duvet” — documentano un metodo analitico portato con rara lucidità. Perriand stava smontando il problema del comfort in parti elementari: molle, gomma, spugna, proporzione tra bracciolo e schienale, angolo di inclinazione del corpo. Da quello studio sarebbe nata la serie LC2 e LC3, presentata al Salon d’Automne del 1929 e capace di dividere l’opinione della Parigi del tempo in modo netto. Troppo razionale, dissero alcuni. Troppo industriale. Come se razionale e bello fossero ancora separabili.

Mobili di Charlotte Perriand esposti al Grand Palais di Parigi
Mobili di Charlotte Perriand al Grand Palais, Parigi 2008. Il risultato finale di quel lavoro di analisi e schizzo. © Jacques.delacroix CC BY-SA 3.0

Guardare questo schizzo da Napoli, dove lavoro su residenze che hanno spesso quattro o cinque secoli di storia sotto i piedi, mi dà una strana vertigine. C’è qualcosa di molto contemporaneo in quel foglio: la chiarezza con cui il progetto parte dal corpo, non dall’immagine. La seduta si costruisce attorno all’essere umano — la sua postura, il suo peso, il modo di appoggiarsi — e tutto il resto, la struttura, il materiale, la forma, viene dopo.

È una lezione che cerco di portare nel mio lavoro. Quando progettiamo uno spazio living a Napoli — con la luce che entra di traverso, i pavimenti in cotto antico, i soffitti alti — la domanda che mi faccio non è “come dovrebbe apparire?” ma “come starà, chi lo userà?” La forma segue, sempre.

Perriand non aveva bisogno di ornamenti per fare architettura. Aveva bisogno di capire come ci si siede. Questa è la poesia della sezione tecnica: una bellezza che non si annuncia, che non si decora, ma che si rivela nel momento in cui ti siedi e capisci che qualcuno ha pensato a te prima ancora di sapere chi eri.

Rimane una domanda che mi porto dietro: in quanti dei progetti che facciamo oggi il disegno serve ancora a pensare, e in quanti serve solo a mostrare?

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