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Le foglie di Renzo Piano

Come la luce diventa un materiale da costruzione: il ferrocemento della Menil Collection di Houston.

Le foglie di Renzo Piano

Ci sono edifici che continuo a guardare non per la facciata, ma per il soffitto. La Menil Collection di Houston, che Renzo Piano consegnò nel 1987, è uno di questi. Chi entra non alza lo sguardo verso le pareti: lo alza in alto, dove una distesa di sottili foglie bianche e curve raccoglie la luce violenta del Texas e la restituisce addomesticata, morbida, quasi senza origine. Quelle foglie sono fatte di ferrocemento, lo stesso materiale con cui Piano aveva costruito la sua barca. Mi affascina questo passaggio: dalla vela allo scafo al museo, sempre la stessa idea di un guscio leggero che lavora con pochissimo.

C’è una lezione, in quel tetto, che riguarda da vicino il mestiere. Piano e l’ingegnere Peter Rice non volevano una copertura, volevano una macchina per la luce. In alto un lucernario di vetro tiene fuori la pioggia e accorda il sole su certe lunghezze d’onda; più sotto, travi d’acciaio attraversano le sale; e infine, al livello più basso, trecento foglie di ferrocemento intercettano il raggio diretto e lo rimbalzano verso il basso, diffuso, senza ombre dure. Ogni foglia è spessa appena venticinque millimetri. Eppure non è un velo decorativo: è parte della struttura, diventa il corrente inferiore della trave. Resistenza e poesia nello stesso gesto.

L'edificio della Menil Collection a Houston, Renzo Piano
Menil Collection, Houston. Foto: Francisco Anzola, CC BY 2.0 via Wikimedia Commons.

Mi colpisce soprattutto questo: la foglia fa molte cose insieme. Filtra la luce perché le tele non ingialliscano, taglia gli ultravioletti e l’infrarosso, ferma il calore prima che scenda nelle sale. Lo spazio tra il vetro e il cemento diventa un’intercapedine che respira, dove l’aria calda sale e se ne va. Nessun impianto che ringhia, nessuna tecnologia esibita: una soluzione passiva, silenziosa, che nel 1987 diceva già quello che oggi chiamiamo sostenibilità. La luce naturale fa quasi tutto il lavoro, e di giorno l’elettricità quasi non serve.

Nel nostro lavoro quotidiano, tra ville mediterranee e ristrutturazioni nel centro storico di Napoli, questa lezione torna spesso. La luce del Sud è generosa e crudele insieme: bisogna saperla rompere, piegare, farla rimbalzare su una superficie chiara prima che diventi abbagliante. La foglia di Piano è esattamente questo, un diaframma posato tra noi e il cielo. Mi piace pensare che la luce sia un materiale, esattamente come l’intonaco o la pietra. E che il compito dell’architetto non sia farla entrare, ma deciderne la qualità.

Forse è qui che un tetto smette di essere un tetto e diventa una promessa: che dentro, qualunque cosa accada fuori, ci sarà sempre la luce giusta. Mi chiedo allora, guardando i miei disegni, quante volte mi accontento di coprire uno spazio quando potrei, invece, accordarlo.

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