A Napoli, la candela non è un oggetto neutro. È un gesto liturgico, un atto di preghiera, un segno lasciato nei vicoli davanti a una madonnina o sull’altare di una chiesa barocca che accumula secoli di cera. Quando ho visto Kandela — la collezione di candele modulari di Tramastudio — ho pensato prima di tutto a questo: alla storia antica che questo oggetto porta con sé, e a quanto sia difficile toccarlo senza toccare anche quella storia.

Francesca e Manuela Pucciarini ci hanno provato, con una chiarezza progettuale che si nota subito. Kandela nasce da uno studio sulla tipologia originaria della candela — non come oggetto da decorare, ma come forma da reinterpretare. Il punto di partenza è una domanda precisa: ha senso il candeliere? È davvero necessario che la candela si appoggi a qualcosa?

La risposta è no. Le candele Kandela sono autoportanti. Non hanno bisogno di una base: la geometria le sostiene. Le forme si articolano attorno a due elementi fondamentali — linee curve in due posizioni e linee verticali — che si assemblano liberamente: U, H, Y, 2H, 3Y. Come componenti architettonici. Come colonne e archi. Come moduli che si combinano e ridisegnano ogni volta la composizione della luce sul tavolo.

La cera è d’api: gialla, senza trattamenti, oppure bianca, sbiancata fisicamente senza sostanze chimiche. Gli stoppini sono in fibra naturale, prodotti in Italia. I pigmenti certificati non tossici. L’imballaggio è carta riciclata. C’è una coerenza tra intenzione progettuale e scelta dei materiali che non è scontata nel design contemporaneo — spesso bellissimo in superficie e disinvolto nella filiera.

Quello che mi affascina di più è il riferimento esplicito all’architettura. Le forme di Kandela evocano spazi cerimoniali, portici, archi. La luce che queste candele proiettano non è quella diffusa di una lampada — è una luce scultorea, che disegna ombre precise e cambia con il consumo della cera. È un materiale che si trasforma mentre brucia.

Nel mio lavoro, la luce non è mai accessoria. È spesso la prima cosa che studio in un progetto: da dove entra, come rimbalza, quando cambia nel corso della giornata. Una luce artificiale ben posizionata può fare la stessa cosa che fa una finestra al tramonto. Kandela mi ricorda che la luce può essere oggetto — che può avere una forma prima ancora di accendersi.

Ho portato alcuni pezzi a casa dopo EDIT Napoli. Adesso li ho in studio, sul tavolo. Ci sono giorni in cui li guardo come si guarda un modello architettonico in scala: qualcosa di piccolo che porta dentro di sé il principio di qualcosa di grande.

Non so se una candela possa insegnarci qualcosa sull’architettura. So però che quando un oggetto è fatto bene — con coerenza tra idea, forma e materia — finisce per parlarti anche quando non lo stai guardando.



