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Il primo reclamo della storia: Nanni e la tavoletta di Ea-nasir

Quasi 4000 anni fa, a Ur, un uomo di nome Nanni incise su argilla il primo reclamo scritto della storia. Una lezione di dignita e di forma che parla ancora oggi.

Il primo reclamo della storia: Nanni e la tavoletta di Ea-nasir

Quando comprate qualcosa online e non arriva come speravate — il pacco ammaccato, il prodotto diverso dalla foto, l’assistenza che risponde con sufficienza — pensate a Nanni. Quasi quattromila anni fa, per una vicenda quasi identica, scrisse quello che oggi consideriamo il primo reclamo della storia. Non una mail, non una recensione a una stella, non un messaggio cancellabile con un tocco: una tavoletta d’argilla incisa in cuneiforme, indirizzata al mercante Ea-nāṣir, reo di avergli venduto rame di pessima qualità e di aver maltrattato il suo messaggero.

Siamo intorno al 1750 a.C., a Ur, nella bassa Mesopotamia, una delle città più antiche e ricche del mondo, affacciata sulle rotte commerciali del Golfo. Ea-nāṣir era un mercante di rame: importava il metallo da Dilmun, l’odierno Bahrein, e lo rivendeva a Ur. Era, a quanto pare, un commerciante tutt’altro che irreprensibile — il bello è che a casa sua, secoli dopo, gli archeologi hanno trovato un piccolo archivio di lettere di protesta, non solo quella di Nanni. Un venditore con così tanti reclami da conservarli quasi fosse un primato. Nanni — uomo evidentemente preciso e di carattere — non mandò giù l’imbroglio. Prese un pezzo di argilla fresca, lo incise con la punta di un calamo e vi fissò, con una pazienza furiosa, la propria indignazione.

«Dì a Ea-nāṣir: Nanni invia il seguente messaggio. Quando venisti, mi dicesti: “Darò a Gimil-Sin, quando verrà, lingotti di rame di ottima qualità”. Poi te ne andasti, ma non hai fatto ciò che mi avevi promesso. Hai posto davanti al mio messaggero, Sit-Sin, dei lingotti che non erano buoni, e gli dicesti: “Se li vuoi, prendili; se non li vuoi, vattene!”. Per chi mi prendi, che mi tratti con tale disprezzo? Ho inviato messaggeri, uomini della nostra dignità, per riscuotere la borsa con il mio denaro depositata presso di te, ma tu li hai rimandati a mani vuote più volte, e per giunta attraverso territorio nemico. Chi, fra i mercanti che commerciano con Tilmun, mi ha mai trattato così? Tu solo tratti con disprezzo il mio messaggero! Per quella minima mina d’argento che ancora ti devo, ti senti autorizzato a parlare in questo modo, mentre io ho anticipato al palazzo, per tuo conto, 1.080 libbre di rame, e altrettante ne ha anticipate Umi-abum, oltre a quanto abbiamo messo per iscritto su una tavoletta sigillata nel tempio di Šamaš. D’ora in poi non accetterò più da te alcun rame che non sia di ottima qualità: selezionerò e prenderò i lingotti uno per uno, nel mio cortile, ed eserciterò il mio diritto di rifiuto, perché mi hai trattato con disprezzo.»

Si sente tutto, in queste righe: la promessa tradita, l’orgoglio ferito, persino la minaccia commerciale (“d’ora in poi sceglierò io, uno per uno”). C’è la rabbia, ma c’è soprattutto la rivendicazione di un rispetto dovuto. E c’è un dettaglio che mi commuove: Nanni parla di “uomini della nostra dignità”, i messaggeri mandati a riscuotere e umiliati. Non è solo questione di denaro o di metallo: è questione di onore, di considerazione, di parola data. Il reclamo, già al suo esordio nella storia, non riguarda mai soltanto la merce.

Quello che mi colpisce, da architetto, non è il litigio sul rame: è il gesto. Nanni non scrive solo per sfogarsi, scrive per lasciare traccia. Sceglie un materiale durevole — l’argilla, che essiccata e cotta diventa quasi eterna — e vi incide la propria verità, sapendo, forse senza saperlo, che sarebbe durata più di lui. C’è qualcosa di profondamente architettonico in questo: dare forma stabile a un’emozione, fissare nella materia ciò che altrimenti svanirebbe nell’aria. La tavoletta, catalogata come UET V 81 e oggi conservata al British Museum di Londra, è lunga una decina di centimetri e pesa quanto uno smartphone. Eppure ha attraversato quasi trentottocento anni, mentre i nostri messaggi digitali, infinitamente più numerosi, rischiano di svanire nel giro di un aggiornamento di sistema.

È un paradosso che dovrebbe farci riflettere. Noi che produciamo miliardi di parole al giorno — mail, chat, recensioni, post — affidiamo tutto a supporti fragili, server che un giorno si spegneranno, formati che diventeranno illeggibili. Nanni ha affidato la sua rabbia alla terra, il materiale più umile e più antico, lo stesso con cui si costruivano le case e i templi di Ur. E proprio per questo lo ascoltiamo ancora. La durata non dipende dalla potenza del mezzo, ma dalla sua capacità di resistere al tempo: una lezione che vale per le parole come per gli edifici.

Mi piace pensare che Nanni non fosse soltanto un cliente arrabbiato. Rivendicava il diritto alla qualità, al rispetto, alla parola, con la solennità di chi pretende dignità più che rimborso. È la stessa esigenza che ci spinge, oggi, a scrivere una recensione o una PEC: non subire in silenzio, lasciare detto che è accaduto. La sua frustrazione è diventata forma — quasi un’architettura di parole incisa nella terra. La vicenda è del resto ben documentata dall’assiriologia: il testo compare negli Ur Excavations Texts V del British Museum ed è tradotto nella raccolta classica di A. Leo Oppenheim, Letters from Mesopotamia (University of Chicago Press, 1967); il Guinness World Records l’ha persino registrato come il più antico reclamo scritto di un cliente.

Ma al di là dell’aneddoto — per quanto irresistibile, tanto da essere diventato un piccolo mito di internet — resta una domanda che mi porto dietro ogni volta che progetto qualcosa destinato a durare. Scriviamo, costruiamo, incidiamo per farci sentire adesso, o per lasciare una traccia che parli quando non ci saremo più? Nanni voleva solo il suo rame buono. Ci ha lasciato, senza saperlo, una delle pagine più umane della storia. Forse è questo il segreto di ogni gesto inciso nella materia: non tanto farsi sentire, quanto lasciare testimonianza di essere passati.

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