Il cemento non nasconde nulla, in questa casa: si mostra così com’è uscito dalla cassaforma, con le venature del legname da cassero ancora leggibili sulla superficie, come una pelle che ricorda lo stampo che l’ha generata. È la prima cosa che colpisce della Woning Van Wassenhove, la casa che Juliaan Lampens costruì a Sint-Martens-Latem, vicino a Gand, tra il 1972 e il 1974, dopo che la domanda edilizia era stata depositata già nel 1970: non un rivestimento, non un intonaco che promette di farsi dimenticare, ma una materia che dichiara apertamente la propria origine, il proprio peso, il tempo impiegato a rapprendersi. E la seconda cosa, non meno spiazzante, è che dentro questa massa di cemento non c’è nessuna stanza. Nessuna porta separa il sonno dal pranzo, nessun corridoio distribuisce funzioni lungo un asse gerarchico. C’è un unico spazio continuo, piegato e curvato secondo geometrie elementari — un cerchio a raccogliere l’area del riposo, un triangolo a coprire la cucina, un quadrato a definire lo studio — che bastano a orientare senza mai recintare.

Mi sono fermato a lungo, studiando questa casa, sulla parola che ricorre quasi sempre quando qualcuno prova a descriverla: grotta. Non è una metafora decorativa. È l’unica categoria abitativa che sopravvive quando si toglie la stanza, quell’invenzione relativamente tarda della cultura domestica occidentale che ha bisogno di soglie, nomi, funzioni assegnate una volta per tutte. Lampens lavora prima della stanza, o forse dopo, in un punto in cui l’abitare torna a essere una condizione topografica — un rilievo, una piega, un riparo scavato più che costruito — anziché una sequenza di scatole etichettate. Il committente, Albert Van Wassenhove, insegnante scapolo con una passione dichiarata per l’arte contemporanea, non chiese una casa convenzionale, e Lampens gli rispose con quello che a tutti gli effetti è un manifesto: l’abitare ridotto al suo grado zero, un ambiente unico che l’uomo modella con il corpo e con le abitudini, non con le pareti.

Colpisce anche sapere, o almeno leggere nelle fonti che se ne sono occupate con cura, che l’architetto avrebbe inciso nel cemento, all’interno della casa, il proprio nome e la data 1973 — un anno interno al cantiere, diverso sia dalla domanda edilizia del 1970 sia dalla consegna del 1974. Non è un dettaglio da archivio: è un gesto d’autore dentro un’opera che rifiuta ogni altro segno di rappresentanza, ogni cornice, ogni voluta. Se l’unica firma tollerata è incisa nella materia grezza, allora la materia stessa è già il linguaggio, e non ha bisogno di aggettivi.

Questa casa non nasce da sola. Otto anni prima, nel 1966, lo stesso Lampens aveva completato la cappella di Onze-Lieve-Vrouw van Kerselare a Edelare, vicino Oudenaarde: un guscio di cemento spezzato, quasi geologico, pensato per un luogo di pellegrinaggio e capace di scandalizzare la committenza religiosa che si aspettava una chiesa in mattoni. È lì, credo, che Lampens mette a punto il proprio vocabolario — la massa continua, la luce che entra da tagli calcolati anziché da finestre regolari, l’assenza di ogni retorica decorativa — prima di trasportarlo, pochi anni dopo, nella scala più intima della casa. C’è una genealogia precisa tra il sacro e il domestico, in questo percorso: la stessa radicalità che a Kerselare serviva a mettere in scena il mistero, a Sint-Martens-Latem serve a mettere in scena la vita quotidiana, senza abbassare di un grado la tensione formale. È un tratto tipico di quella stagione del brutalismo fiammingo — con Lampens tra le figure più intransigenti — che non ha mai considerato il cemento a vista un vincolo di budget, ma una scelta etica: mostrare come le cose sono fatte, rifiutare il trucco.

Da architetto che lavora nel Mediterraneo, guardo a questa casa con un’attenzione che non è solo storica. Anche qui, a Napoli, la materia grezza — il tufo, la pietra lavica, la grotta scavata nel banco tenero della collina — è stata per secoli l’unità minima dell’abitare, prima che la stanza, con le sue misure borghesi, imponesse un ordine diverso. Lampens arriva a una conclusione simile per una strada opposta: non scava nella roccia esistente, la cola, la getta, la costruisce come se fosse geologia artificiale. Ma il risultato — uno spazio che si abita per soglie percepite, non per porte chiuse — parla la stessa lingua della cava, della cavità, del riparo primario. Mi capita, disegnando una casa in un lotto stretto o ristrutturando un ambiente che vorrebbe restare unico anziché frammentarsi in stanze minime, di chiedermi quanto della nostra insistenza sulla suddivisione sia davvero necessità e quanto invece consuetudine ereditata, un automatismo che nessuno più discute.

La Woning Van Wassenhove, dopo la morte del suo committente nel 2012, è stata lasciata in eredità all’Università di Gand e affidata in comodato al Museum Dhondt-Dhaenens, che l’ha restaurata e oggi la usa per residenze d’artista, visitabile su prenotazione. È un destino che le si addice: una casa pensata per un solo abitante che riflette sull’arte, diventata luogo dove altri, di volta in volta, tornano a interrogare lo stesso spazio. Resta da chiedersi se la rinuncia alla stanza sia stata, per Lampens, un punto d’arrivo o soltanto la prima domanda di una ricerca che la sua architettura ha continuato a porsi — e se noi, oggi, saremmo ancora disposti a vivere in un ambiente che non ci protegge dietro nessuna porta.



