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La collina scavata: Peter Eisenman e la Città della Cultura della Galizia

Peter Eisenman ha scavato nel Monte Gaiás un edificio-collina fondendo tre mappe sovrapposte: un caso studio di landform architecture tra ambizione formale e costi mai chiariti del tutto.

La collina scavata: Peter Eisenman e la Città della Cultura della Galizia

Di questo edificio non si riesce mai a dire con certezza quanto sia costato. Cento milioni di euro, dicono alcune fonti, riferendosi al preventivo con cui nel 2001 si posò la prima pietra. Trecento, dice il conto che la Xunta de Galicia ha tirato vent’anni dopo, a lavori ormai fermi. Quasi cinquecento, secondo altre ricostruzioni giornalistiche che sommano ogni variante in corso d’opera. Non è un dettaglio contabile: è la prima cosa vera che si può dire sulla Città della Cultura della Galizia, il complesso che Peter Eisenman ha scavato nel Monte Gaiás, sopra Santiago de Compostela. Un edificio che rifiuta la misura esatta tanto quanto rifiuta, nella sua forma, il confine netto tra costruito e terreno.

Vista aerea della Città della Cultura della Galizia sul Monte Gaiás
Foto: Jon Worth, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Eisenman vinse il concorso internazionale nel 1999, in una rosa che comprendeva Ricardo Bofill, Rem Koolhaas, Steven Holl, Daniel Libeskind, Jean Nouvel: un parterre di autori che, se non altro, racconta quanto la Galizia di Manuel Fraga volesse un gesto capace di mettere Santiago sulla mappa dell’architettura contemporanea, oltre che su quella dei pellegrinaggi. Il progetto vincitore parte da un’operazione concettualmente semplice e fisicamente spericolata: sovrapporre tre mappe. La prima è la pianta medievale del centro storico di Santiago, quell’intrico di vicoli che confluisce verso la cattedrale. La seconda è una griglia cartesiana, l’ordine astratto della modernità. La terza è la topografia digitale della collina stessa, rilevata al computer e lasciata libera di deformare le prime due. Dalla collisione tra queste tre geometrie — una storica, una razionale, una naturale — nasce una superficie che non è più suolo né tetto, non è più figura né sfondo, ma le due cose insieme, piegate in un’unica pelle di pietra che segue l’andamento del monte invece di contraddirlo.

Facciata a pieghe della Città della Cultura della Galizia, Santiago de Compostela
Foto: Luis Miguel Bugallo Sánchez (Lmbuga), CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Il risultato, visto dall’alto, è quasi un paesaggio conchiglia: le grandi coperture ondulate ricordano, non troppo velatamente, la concha di San Giacomo che i pellegrini portano cucita sul mantello. Camminandoci dentro, la sensazione è diversa: i corridoi curvano dove ci si aspetterebbe un angolo retto, i soffitti scendono senza preavviso, le librerie della Biblioteca e Archivio di Galizia — il primo nucleo aperto, nel gennaio 2011 — sembrano incastrate in una piega geologica più che in una stanza progettata. È l’essenza della cosiddetta landform architecture, un’architettura che non si oppone al terreno ma lo estende, lo prosegue, lo riscrive: la stessa temperie decostruttivista che negli stessi anni animava Libeskind o Zaha Hadid, qui portata alle sue conseguenze più letterali. L’edificio non sta sulla collina. È la collina, ricalcolata.

Sala de Cristal, Archivo de Galicia, interno della Città della Cultura
Foto: amaianos, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
Interno dell'Archivo de Galicia, Città della Cultura della Galizia
Foto: amaianos, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons

Poi, però, arrivano i numeri, e i numeri raccontano un’altra storia, meno affascinante e più istruttiva. Il progetto, concepito come un complesso di sei edifici — museo, centro d’arte internazionale, biblioteca, archivio, teatro dell’opera, centro per l’innovazione culturale — non è mai stato completato secondo il disegno originale. Il Teatro dell’Opera non è stato costruito. Il Centro d’Arte, dopo anni di cantiere, è stato trasformato in uno specchio d’acqua paesaggistico: un vuoto al posto di un edificio, che in un progetto ossessionato dal rapporto pieno-vuoto suona quasi come un’ironia non voluta. Un rapporto del 2004 parlava di sovraccosti medi del 200%, in alcuni lotti prossimi al 500%. La crisi finanziaria spagnola del 2008 fece il resto: nel 2012-2013 i lavori si fermarono quasi ovunque, e la stampa tedesca coniò per il Gaiás l’etichetta di “faraonico” — troppo caro, troppo grande, troppo vuoto di contenuti rispetto alla sua mole. Da lì la definizione, ripresa da più parti, di white elephant: un monumento che costa quanto una città e attira i visitatori di un museo di provincia.

Percorsi porticati e superfici ondulate della Città della Cultura della Galizia
Foto: Luis Miguel Bugallo Sánchez (Lmbuga), CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Eppure non credo che la cosa più interessante di questa storia sia stabilire chi abbia ragione fra i 300 e i 476 milioni — le fonti non collimano, ed è onesto dirlo invece di sceglierne una a caso per amor di sintesi. La cosa interessante è che l’ambiguità dei costi e l’ambiguità della forma nascono dalla stessa radice: un progetto che, per essere fedele alla propria idea, doveva rifiutare le misure standard, i moduli ripetibili, le economie di scala che rendono prevedibile un cantiere. Ogni pannello di pietra artificiale che riveste le facciate del Gaiás è diverso dagl’altri, tagliato su una superficie che non si ripete mai identica a sé stessa. È la stessa radicalità che rende l’edificio memorabile a renderlo, quasi per definizione, incontrollabile nei costi. Non è un progetto che sbaglia i conti: è un progetto per cui i conti, nel senso tradizionale, non erano la domanda giusta da porsi fin dall’inizio.

Dettaglio delle superfici curve della Città della Cultura della Galizia
Foto: r2hox, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Nel mio lavoro, dove il rapporto con il suolo — che sia la luce che filtra tra le lame di un frangisole o l’attacco a terra di una corte — resta la questione più difficile da risolvere con onestà, questo caso galiziano funziona come un monito a doppio taglio. Da un lato mostra fin dove può arrivare un’idea quando le si concede piena libertà formale: un edificio-collina, capace di far dimenticare per qualche istante dov’è finita la geologia e dove comincia l’architettura. Dall’altro ricorda che ogni gesto radicale porta con sé un conto che qualcuno, prima o poi, deve pagare — e che quel conto raramente coincide con quello previsto. Mi chiedo se, vent’anni dopo, valga ancora la pena guardare al Gaiás come a un fallimento amministrativo o se non sia più utile guardarlo come a un esperimento che ha semplicemente rivelato, con più chiarezza di altri, il prezzo reale — non solo economico — di ogni architettura che si rifiuta di somigliare a quelle che l’hanno preceduta.

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