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Villa Lago: la scultura abitata di Fran Silvestre

A La Moraleja, Fran Silvestre Arquitectos abbandona il volume compatto per cinque corpi curvi ispirati alla scultura di Andreu Alfaro: nascono altrettanti giardini-cortile, ciascuno con un carattere botanico proprio.

Villa Lago: la scultura abitata di Fran Silvestre

C’è una domanda che agli architetti si pone raramente, forse perché imbarazza entrambe le parti: da dove viene la forma, prima ancora che dal programma? A Villa Lago, alla periferia di Madrid, Fran Silvestre Arquitectos risponde senza troppi giri di parole, dichiarando un’ispirazione che non è funzionale ma plastica: le sculture di Andreu Alfaro. È una confessione rara, quasi sconveniente in un mestiere che ama vestirsi di necessità – il sole, il vento, la pendenza, l’orientamento – come se la bellezza dovesse sempre giustificarsi con qualcos’altro.

Villa Lago, La Moraleja: il corpo curvo si staglia contro il cielo, accanto a un cipresso
Fran Silvestre Arquitectos, Villa Lago, La Moraleja (Madrid), 2025. Foto: Fernando Guerra / FG+SG

Il lotto, un terreno che scende dolcemente verso il laghetto artificiale di un quartiere residenziale a nord della capitale spagnola, avrebbe potuto ospitare – come capita spesso in questi contesti – un unico volume compatto, magari elegante, comunque chiuso su sé stesso. Fran Silvestre ha scelto la strada opposta: cinque corpi longitudinali, sottilmente curvi, che risalgono il pendio a gradoni, come se la casa non fosse stata disegnata ma modellata, per torsioni successive, da una mano che pensava in argilla più che in cemento armato. Non è un’immagine casuale: è esattamente il metodo di Alfaro, che scolpiva per masse continue, senza spigoli dichiarati, lasciando che la superficie raccontasse il gesto che l’aveva generata.

Vista dall'alto dei cinque corpi curvi che risalgono il lotto a gradoni
Foto: Fernando Guerra / FG+SG

C’è anche una seconda lettura, meno immediata ma altrettanto interessante, che lo studio valenciano dichiara apertamente: la casa intreccia due archetipi opposti, il padiglione aperto e centrifugo e la corte protetta e raccolta, facendoli convivere nello stesso edificio invece di sceglierne uno. Il programma si dispone per fasce, salendo con il terreno: la piscina e gli spazi per gli ospiti al livello più basso, gli ambienti del giorno rivolti verso il lago a quota intermedia, le camere infine, sospese come un ponte sopra una terrazza in ombra. È una stratificazione che potrebbe sembrare puramente distributiva, ma che nella pianta curva assume un altro significato: ogni fascia del programma corrisponde a un affaccio diverso sul paesaggio, quasi che la sezione dell’edificio fosse stata tarata sulla luce e sull’acqua del lago prima ancora che sulle stanze.

Qui sta il punto che mi interessa più di ogni dettaglio tecnico: la forma di Villa Lago non risolve un problema, lo genera. Cinque corpi che si scostano leggermente l’uno dall’altro producono, quasi per sottrazione, altrettanti giardini-cortile – spazi che nessun programma funzionale avrebbe richiesto con questa esattezza, e che invece nascono spontaneamente dalla geometria curva della pianta. Ogni corte ha una propria identità botanica, un proprio carattere di luce e di ombra, come se la casa non fosse un contenitore di stanze ma una sequenza di piccoli paesaggi domestici, ciascuno diverso dal successivo. È un’idea che ribalta la gerarchia consueta tra edificio e giardino: qui il verde non decora la casa, la casa è la cornice che rende leggibile il verde.

Uno dei giardini-cortile tra i corpi dell'edificio, con luce filtrata dagli alberi
Foto: Fernando Guerra / FG+SG

Camminare – o almeno immaginare di camminare – lungo questa sequenza di corpi ascendenti significa attraversare una serie di soglie che non sono mai porte vere e proprie, ma piuttosto cambi di direzione, di quota, di inquadratura verso l’esterno. Fernando Guerra, che ha fotografato il progetto insieme allo studio FG+SG, ha scelto per lo più la luce bassa dell’alba e del tramonto, quella che scivola radente sull’intonaco bianco e ne accentua la curvatura, come se la casa fosse davvero un oggetto scultoreo esposto all’aperto e non un edificio abitato. Non è un caso: la superficie continua, priva di cornici e di interruzioni nette, chiede proprio quella luce per rivelarsi. Con luce piatta, a mezzogiorno, la stessa casa perderebbe gran parte della sua leggibilità plastica.

La copertura curva si apre sul giardino, tra i cipressi
Foto: Fernando Guerra / FG+SG

Ci penso spesso, lavorando a Napoli, a quanto la nostra tradizione mediterranea del costruire abbia sempre saputo questa cosa – che la forma di una casa e la forma del suo giardino sono un problema unico, non due capitoli separati del progetto. Le corti napoletane, le logge affacciate su un cortile interno, i muri che si piegano per lasciare spazio a un albero già cresciuto lì: c’è una lunga pratica, qui al Sud, di lasciare che il verde entri nella geometria dell’edificio invece di restarne fuori, relegato al giardino “davanti” o “dietro”. Non parlo per nostalgia: è un patrimonio di soluzioni pratiche, maturato in secoli di clima simile a quello che oggi si continua a incontrare – estati lunghe, luce dura, bisogno costante di ombra abitabile – e che vale la pena tenere presente anche quando il linguaggio formale è, come in questo caso, del tutto contemporaneo. Villa Lago mi pare arrivare alla stessa conclusione per una strada completamente diversa – la scultura anziché la tradizione tipologica – e proprio per questo mi convince di più: due percorsi che si incontrano nello stesso punto sono spesso indizio che quel punto vale la pena di essere raggiunto.

Dettaglio dell'angolo della piscina e del giardino, con il lago del quartiere sullo sfondo
Foto: Fernando Guerra / FG+SG
Vista aerea di Villa Lago al tramonto, immersa nel verde del lotto
Foto: Fernando Guerra / FG+SG

Quello che resta aperto, di fronte a un progetto come questo, è se la forma scultorea regga nel tempo la prova dell’abitare quotidiano – se la casa continuerà a sembrare un gesto plastico anche quando sarà piena di vita vissuta, di oggetti fuori posto, di stagioni che cambiano il colore delle corti. Le sculture di Alfaro non devono rispondere a questa domanda: restano ferme, nella loro forma definitiva, in un museo o in una piazza. Una casa invece continua a essere scolpita ogni giorno da chi la abita. Mi chiedo se Fran Silvestre l’abbia messo in conto, o se abbia semplicemente scommesso che una buona forma, come una buona scultura, sappia accogliere la vita senza esserne tradita.

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