Osaka Kansai Expo Hall

19 Febbraio, 2026
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Il progetto di “The Shining Hat”

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C’è un momento, davanti a certe architetture, in cui l’occhio smette di misurare e comincia a contemplare. È quello che accade osservando l’Osaka Kansai Expo Hall 2025, soprannominata con poesia “The Shining Hat”. Un grande volume circolare, compatto, quasi primordiale, che però al centro si apre in un oculo luminoso: un taglio netto, un vuoto calibrato, un “buco nel cielo” che trasforma la massa in esperienza.

L’effetto è potente. Da lontano l’edificio appare come un segno archetipico, una forma pura che dialoga con l’orizzonte dell’Expo 2025 di Osaka. Avvicinandosi, però, la percezione cambia: la copertura non è solo un tetto, ma una soglia. Il foro centrale cattura il cielo, lo incornicia, lo rende materia progettuale. È un gesto antico e contemporaneo allo stesso tempo, che richiama la tradizione dell’oculus romano ma la reinterpreta con un linguaggio tecnologico e simbolico.

Dal punto di vista architettonico, ciò che colpisce è la tensione tra pieno e vuoto. La massa costruita è compatta, quasi silenziosa, mentre il vuoto centrale è dinamico, vibrante. La luce naturale diventa il vero materiale dell’edificio. Durante il giorno filtra dall’alto, disegna ombre nette, trasforma la superficie interna in un dispositivo scenografico. Di notte, al contrario, l’edificio si accende dall’interno e il foro diventa un segno grafico contro il buio, una presenza urbana riconoscibile.

In un contesto come quello di un’esposizione universale, dove spesso l’architettura rischia di scivolare nella pura iconografia, “The Shining Hat” riesce a mantenere una dimensione quasi spirituale. Non è solo un landmark, ma un luogo di raccoglimento collettivo. Il cielo incorniciato diventa metafora di apertura, di connessione globale, di dialogo tra culture. E questo, in fondo, è il senso profondo di un’Expo.

Da progettista, trovo interessante la capacità di questo edificio di lavorare per sottrazione. Non aggiunge complessità formale, ma elimina materia per creare significato. Il foro non è un effetto scenico gratuito: è il centro compositivo, il dispositivo climatico, il cuore simbolico. È architettura che usa il vuoto come strumento, che trasforma l’assenza in presenza.

In un’epoca in cui siamo abituati a facciate iper-tecnologiche e superfici mediali, questo “buco nel cielo” ci ricorda che il gesto più radicale può essere anche il più semplice. Un cerchio che guarda il cielo. Un edificio che non si limita a occupare lo spazio, ma lo mette in relazione con l’infinito.

Per chi, come noi a Napoli, vive quotidianamente il dialogo tra luce e architettura, questa opera è un promemoria prezioso: progettare significa anche saper lasciare spazio al cielo.

L’Osaka Kansai Expo Hall 2025, noto come “The Shining Hat”, è stato progettato dallo studio giapponese Nikken Sekkei, una delle più importanti realtà di progettazione in Asia, con una lunga esperienza in grandi infrastrutture culturali e spazi pubblici.

La scelta non è casuale. Nikken Sekkei lavora spesso su architetture capaci di unire gesto simbolico e controllo tecnico, e qui il tema è evidente: un volume essenziale, quasi primitivo, scavato da un grande oculo centrale che cattura la luce e costruisce l’identità dell’edificio. Il soprannome “The Shining Hat” nasce proprio da questa presenza iconica, un cappello luminoso che sembra galleggiare sull’area dell’Expo.

Dal punto di vista progettuale, l’intervento interpreta perfettamente lo spirito dell’Expo 2025 di Osaka, dedicata al tema della vita e della connessione globale. Il foro circolare in copertura non è solo un elemento formale, ma un dispositivo ambientale e simbolico: incornicia il cielo, amplifica la luce naturale, trasforma l’interno in uno spazio quasi rituale.

Per noi progettisti è interessante osservare come uno studio con una struttura internazionale riesca a mantenere una forte identità culturale. In questo edificio c’è una sensibilità tipicamente giapponese per il vuoto, per la relazione tra natura e costruito, per la luce come materiale. Non è un effetto spettacolare fine a sé stesso, ma un gesto misurato, calibrato, che diventa esperienza.

Un’architettura che, più che imporsi, apre. E in quel vuoto centrale — apparentemente semplice — si concentra tutta la forza del progetto.

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