Il bancone di Starbucks, per una ventina d’anni, è stato una superficie neutra e sempre uguale a se stessa, da Seattle a Roma. A piazza San Silvestro, il 19 novembre 2024, quella superficie è tornata a somigliare a un mobile: qui Starbucks ha aperto — con Percassi, licenziatario esclusivo del marchio in Italia — il suo primo flagship italiano, a pochi passi da Fontana di Trevi: ottocento metri quadrati su due piani, il Main Bar e il Mixato Bar rivestito in marmo al piano terra, il Coffee Lab e una lounge al piano superiore, un murale all’ingresso dell’illustratore romano Lucamaleonte che intreccia caffè, mitologia e storia della città.

La riqualificazione ha portato con sé cinquanta nuovi posti di lavoro e si inserisce in un tratto di città che negli ultimi anni ha vissuto più di un restauro — la vicina Galleria Alberto Sordi riaperta da poco, la piazza stessa ripensata come luogo di passaggio e sosta. Non è quindi solo l’apertura di un locale, ma un tassello dentro una strategia più larga di rivitalizzazione del centro storico attorno al commercio, con tutto ciò che questo comporta in termini di pressione sui valori immobiliari e di trasformazione dell’uso quotidiano degli spazi pubblici — un tema che meriterebbe un discorso a parte, ma che resta sullo sfondo di ogni scelta stilistica fatta qui dentro.
Non è un caso isolato, ed è per questo che mi interessa più del singolo locale. Negli ultimi anni la catena ha spostato il linguaggio dei propri flagship dal minimalismo che ha definito l’estetica da coffee shop per un ventennio — legno chiaro, superfici lisce, un rigore quasi monastico applicato ovunque allo stesso modo — verso un registro più domestico e più decorato. A Roma il salotto è reso letterale due volte. La prima è nell’arredo: poltroncine imbottite color cipria intorno a tavolini bassi, al posto della fila di sgabelli allineati al bancone che ha definito il coffee shop per una generazione, con anelli di luce sospesi al soffitto e le travi a vista tinte di un rosso ruggine che spezza il grigio del cemento. La seconda, più radicale, è nel contenitore: il palazzo ottocentesco che ospita il locale, facciata color pesca, bugnati di travertino, finestre incorniciate e timpani — un impianto gentilizio vero, non riprodotto, dentro cui il negozio si è inserito senza coprirlo con un fondale neutro.

Mi interessa perché rovescia un’equazione che noi architetti abbiamo dato per scontata per una generazione intera: che la contemporaneità dei consumi richieda spazi puliti, silenziosi, il più possibile privi di riferimenti storici, come se la storia fosse un rumore di fondo da eliminare prima di aprire cassa. Qui succede il contrario — la mitologia romana finisce su un murale pensato apposta per quella parete, il marmo torna a essere superficie nobile e non solo pavimento tecnico, e la piazza intorno, con la sua stratificazione di secoli, viene trattata come materiale di progetto invece che come vincolo da neutralizzare dietro una vetrina anonima.

Napoli, con i suoi caffè storici e i suoi palazzi nobiliari riconvertiti in negozio o in studio, questa tensione la conosce da sempre: il problema non è mai stato scegliere una volta per tutte fra il rigore e l’ornamento, ma capire quale dei due, in un dato momento, restituisce meglio il carattere del luogo che li ospita. Per vent’anni il mercato ha premiato il rigore, ovunque, come se fosse l’unica forma possibile di eleganza contemporanea.

Se davvero, come sembra da questa apertura e da altre simili nella stessa catena, il pendolo torna verso il gentilizio, la domanda che mi pongo da progettista non è se si tratti di una moda passeggera — lo sarà, probabilmente, come lo è stato il minimalismo prima di diventare linguaggio comune — ma cosa ci dice, nel frattempo, sul modo in cui vogliamo di nuovo sentirci accolti in un luogo pubblico. Quanta parte della nostra idea di ospitalità passa ancora, oggi, attraverso una poltrona al posto di uno sgabello, e una facciata ottocentesca lasciata parlare invece di essere coperta da un fondale neutro?
Non credo sia nostalgia, o non solo. Il minimalismo che ha dominato i locali di catena per vent’anni prometteva democrazia — la stessa superficie liscia, ovunque, senza gerarchie di gusto da decifrare — e forse quella promessa ha semplicemente esaurito la sua capacità di sorprendere. Il salotto gentilizio, con le sue stratificazioni e i suoi riferimenti da riconoscere, chiede invece qualcosa in cambio: un po’ di attenzione, la voglia di leggere una citazione anche dentro un bar. È una scommessa più rischiosa, ma è anche l’unica che lascia spazio a un luogo per essere, oltre che funzionale, specifico di dove si trova.


