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Tirana, 2026: quando una capitale decide di reinventarsi

Dieci edifici, due giorni, e una città che non smette di costruire la propria identità contemporanea. Un percorso tra i landmark dell’architettura contemporanea albanese: MVRDV, Archea Associati, Stefano Boeri, Henning Larsen, 51N4E, BOLLES+WILSON.

Tirana, 2026: quando una capitale decide di reinventarsi

C’è una soglia in ogni città oltre la quale l’architettura smette di essere sfondo e diventa trama. Tirana l’ha attraversata. Ho trascorso due giorni nella capitale albanese con una lista di dieci edifici in testa — non una guida turistica, ma un percorso architettonico pensato per capire come una città stia cercando di scrivere, in tempo reale, la propria identità contemporanea. Il risultato è stato sorprendente per densità e per coraggio. Tirana non è Berlino negli anni Novanta, non è Bilbao con Gehry, non è Dubai. È qualcosa di più instabile, di più vivo, di meno definito — e proprio per questo, in questo momento, più interessante.

Il primo impatto è sulla piazza principale. Skanderbeg Square è oggi il risultato di una delle operazioni urbanistiche più audaci della regione: 51N4E, lo studio belga che lavora a Tirana da anni, ha rimosso il traffico e trasformato l’intero spazio in un paesaggio pedonale aperto. L’architettura qui fa un passo indietro per lasciare che la città respiri — un gesto raro, quasi controcorrente, nel momento in cui ogni studio cerca la firma visibile. Si affaccia sulla piazza lo Skanderbeg Building di MVRDV, un edificio la cui facciata è modellata sulla sagoma dell’eroe nazionale albanese, con balconi curvi che ne compongono il profilo. È un gesto forte, calibrato — il tipo di trovata che in mani diverse sarebbe scivolata nel kitsch e che qui invece regge, perché la qualità costruttiva sostiene la scelta iconografica.

Poco distante, Downtown One — ancora MVRDV — gioca con un linguaggio completamente diverso: la facciata pixelata è una mappa in rilievo dell’Albania, ogni volume rappresenta una città o un paese. Una torre alta 140 metri che porta letteralmente la geografia del paese su se stessa. La tentazione di leggere questo edificio come una semplice trovata comunicativa è forte, eppure guardandolo da Skanderbeg Square l’effetto non è quello di una cartolina. È qualcosa di più lento — un’architettura che si svela nel tempo, che richiede attenzione per essere davvero letta. MVRDV è uno studio che lavora molto con l’identità narrativa dei luoghi, e a Tirana ha trovato un contesto che lo ha saputo ascoltare.

Air Albania Stadium (Arena Kombëtare) a Tirana, progetto Archea Associati
Air Albania Stadium (Arena Kombëtare), Tirana — Archea Associati / Marco Casamonti, 2019. CC BY-SA / Wikimedia Commons

Quello che mi ha sorpreso di più, nel percorso di questi due giorni, è stato l’Air Albania Stadium firmato da Archea Associati, il progetto di Marco Casamonti. Non pensavo che uno stadio potesse lavorare così bene come segno urbano. La facciata in acciaio perforato con l’aquila stilizzata è di rara efficacia: leggibile da lontano come gesto iconico, capace poi di una grana fine e ravvicinata che si apprezza solo avvicinandosi. L’aquila non è decorazione applicata — è struttura visiva, è l’identità nazionale tradotta in materiale. Casamonti firma anche l’Alban Tower, più discreta e attenta al dialogo con il contesto circostante, meno iconica ma ugualmente ben costruita. Due opere che mostrano una sensibilità coerente su scale molto diverse.

Alban Tower di Archea Associati a Tirana, con Eyes of Tirana (Henning Larsen) sullo sfondo
Alban Tower (Archea Associati) al centro, Eyes of Tirana (Henning Larsen) a destra. Foto: BBB2021, CC BY-SA 4.0 / Wikimedia Commons

La Tirana Vertical Forest di Stefano Boeri è l’appendice naturale di una ricerca che va avanti da Bosco Verticale in poi. La vegetazione integrata nella struttura funziona come sistema ambientale, non come ornamento. In una città che cresce rapidamente e che ha ancora pochi spazi verdi strutturati, il messaggio è necessario prima ancora che bello. Guardandola mi sono ritrovato a pensare a Napoli — alla densità del centro storico, ai vincoli che rendono questi gesti quasi impossibili nel tessuto consolidato, e a come quella impossibilità ci costringa a pensare la natura in modo ancora più radicale. Non come appendice estetica, ma come parte integrante del progetto dalla prima riga.

Eyes of Tirana, Henning Larsen Architects
Eyes of Tirana, Henning Larsen Architects. Foto: BBB2021, CC BY-SA 4.0 / Wikimedia Commons

Eyes of Tirana di Henning Larsen è l’edificio che ti rimane più impresso. I balconi circolari che si aprono sulla città come grandi orbite oculari sono un gesto al limite — il rischio di cadere nell’effetto speciale era altissimo. Ma la qualità costruttiva tiene, e il risultato è qualcosa di memorabile senza essere volgare. Ho girato intorno all’edificio due volte cercando di capire dove stesse la soglia, e alla fine ho concluso che quella soglia non c’è: l’architettura è proprio lì, in bilico, e ci rimane. La differenza tra un’icona e una caricatura, in architettura, è spesso questione di millimetri. O di intenzione.

51N4E lascia a Tirana altre due opere che meritano attenzione: The Book, un edificio per uffici la cui forma porta nel volume la metafora di un libro aperto, e The Plaza Hotel, più contenuto e compositivamente risolto. Ma l’operazione più significativa dello studio belga è la Piramide di Tirana. Il mausoleo che Hoxha si era fatto costruire come monumento a se stesso è stato trasformato in spazio pubblico aperto, con scalinate esterne accessibili a tutti. Non si cancella il passato, non si rimuove: si riattraversa. Si restituisce alla città un luogo che era stato sequestrato dal potere. È il progetto che ho trovato più onesto dell’intera lista — e, paradossalmente, il più radicale, proprio perché non cerca di apparire tale.

L’Intercontinental Hotel di BOLLES+WILSON chiude il percorso con la solidità sobria di chi non cerca il colpo d’occhio ma costruisce per durare. In un contesto ancora così mobile, in cui ogni nuovo edificio sembra dover giustificare la propria presenza con un gesto forte, questa scelta di misura ha il suo peso specifico.

Nel mio lavoro quotidiano a Napoli mi occupo quasi sempre di tessuto esistente: stratificazioni, vincoli, identità consolidate che si oppongono o dialogano con il contemporaneo. Guardare Tirana è stato uno sguardo al contrario — una città che ha ancora molto da definire, dove ogni scelta pesa di più proprio perché non c’è una rete di sicurezza. Eppure la lezione che porto a casa non riguarda la tabula rasa. Riguarda il coraggio di prendere posizione: dare un’identità forte a uno stadio, trasformare un mausoleo in piazza, portare la mappa di un paese sulla facciata di una torre. L’architettura consapevole non è solo sostenibilità materiale — è anche la capacità di essere presenti nel proprio tempo, di rispondere alla propria storia con un gesto preciso. Tirana lo sta facendo. Con errori, con eccessi, con alcune scelte discutibili — ma lo sta facendo. E questo, di questi tempi, non è poco.

Qual è il progetto che, secondo te, avrà più peso nella costruzione dell’identità futura di Tirana?

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