Com’è l’acqua? Lo chiede un pesce anziano a due pesci giovani che nuotano nella direzione opposta, e i due proseguono per un tratto prima che uno si volti verso l’altro: «Che diavolo è l’acqua?». È l’apertura di uno dei testi più citati e meno letti per intero del nostro tempo, perché la parabola circola isolata, buona per una slide o per una dedica, mentre il discorso che la contiene — quarantacinque minuti pronunciati il 21 maggio 2005 davanti ai laureandi del Kenyon College, a Gambier, in Ohio — meriterebbe di essere ascoltato per intero, con la voce di David Foster Wallace che si interrompe, tossisce, si scusa, ride di se stesso prima di arrivare al punto.

La cosa che mi ha sempre colpito, di quel discorso, è la sua genesi accidentale. Kenyon è un piccolo college di arti liberali, e a scegliere lo speaker della cerimonia era, come ogni anno, un comitato di studenti dell’ultimo anno: dieci, dodici ragazzi che si mettono d’accordo con un anno d’anticipo su chi salirà sul podio. Nella ricostruzione giornalistica di quella scelta — raccontata tra gli altri dall’Huffington Post e ripresa più volte da Kenyon stessa — il nome di Wallace arriva da una studentessa di lettere e filosofia, Meredith Farmer, che lo propone quasi in sordina in una rosa dove circolavano nomi ben più pesanti: l’allora senatrice Hillary Clinton, l’astronauta e senatore John Glenn. Pochi, nel comitato, avevano letto Wallace. Eppure il suo nome passa, a maggioranza, in una votazione che — si racconta — arriva a dividersi anche lungo linee politiche, tra chi voleva un nome istituzionale e chi voleva uno scrittore. Vinse lo scrittore. E lo scrittore, che soffriva il panico da grandi platee, accettò solo dopo diverse telefonate, tardi, quasi controvoglia.

Il risultato è un testo che non assomiglia a nessun altro discorso di laurea. Non promette successo, non celebra il futuro luminoso dei laureandi: parte da una parabola sui pesci per arrivare a una domanda più scomoda, quella su cosa scegliamo — o non scegliamo mai di scegliere — di pensare. Wallace descrive con precisione chirurgica la giornata tipo dell’adulto medio: il lavoro che stanca, il supermercato affollato la sera, la fila alla cassa, il traffico per tornare a casa, tutto ciò che lui chiama la “configurazione di base” con cui siamo programmati a vivere, convinti che il mondo esista in funzione delle nostre frustrazioni. L’unica libertà reale, dice, non è quella di pensare quello che si vuole, ma quella di accorgersi che si può scegliere a cosa prestare attenzione — un esercizio quotidiano, faticoso, per nulla scontato, molto più vicino a una disciplina spirituale che a un consiglio motivazionale. Non è un caso che il discorso richiami, senza mai nominarlo esplicitamente come sistema, un’idea che attraversa la tradizione filosofica americana da William James in poi: l’attenzione non è un dato, è un atto volontario, e la vita adulta si gioca proprio lì, nella capacità — rara — di dirigerla altrove rispetto al pilota automatico dell’ego.

Wallace morirà suicida nel settembre del 2008, e sarà proprio la sua morte a far circolare il discorso ben oltre Gambier. Roberto Natalini, matematico e non traduttore di professione, ne pubblica una traduzione italiana indipendente sul blog collettivo Nazione Indiana pochi mesi dopo la scomparsa dello scrittore: un gesto di lettura prima ancora che editoriale, fatto per condividere un testo che in Italia quasi nessuno conosceva. L’anno seguente, nel 2009, Einaudi pubblica l’edizione ufficiale del discorso con il titolo “Questa è l’acqua”, in un volume che affianca al testo cinque racconti fino ad allora inediti in Italia: la traduzione, questa volta, porta la firma di Giovanna Granato, la cura è di Luca Briasco, e il libro si apre con una nota di Don DeLillo. Due traduzioni nate a un anno di distanza l’una dall’altra, con intenzioni opposte — una gratuita e militante, l’altra editoriale e autoriale — di uno stesso testo che nel frattempo era già diventato, suo malgrado, un manifesto.

C’è un terzo episodio, meno noto, che completa la storia editoriale di questo discorso e che dice qualcosa sul modo in cui i testi, una volta diventati pubblici, smettono di appartenere del tutto a chi li ha scritti. Nel maggio del 2013 uno studio di produzione video di Los Angeles, The Glossary, pubblica online un adattamento non autorizzato del discorso: nove minuti di immagini montate sulla voce di Wallace, tratta da una registrazione dell’epoca. Il video diventa virale, supera i quattro milioni di visualizzazioni, e viene rimosso da YouTube e Vimeo proprio il giorno dell’anniversario del discorso, su richiesta del David Foster Wallace Literary Trust, l’organismo che gestisce i diritti dello scrittore. La rimozione solleva polemiche — c’è chi firma petizioni per chiederne la reintegrazione, sostenendo che il video avvicinasse nuovi lettori all’opera di Wallace invece di danneggiarla — ma il Trust non cede: un’opera derivata resta un’opera derivata, per quanto fatta con ammirazione.
Mi sono chiesto spesso perché un discorso di laurea, per definizione un genere minore, effimero, buono per un pomeriggio e poi dimenticato, sia riuscito invece a durare vent’anni, a farsi tradurre due volte, a generare un caso di diritti d’autore, a diventare materia di citazione in contesti che con Kenyon College non hanno nulla a che fare. Forse perché Wallace non parla mai, in quei quarantacinque minuti, del futuro dei laureandi: parla del loro presente, di quello che li aspetta appena usciranno dall’aula, la noia, la routine, l’irritazione per la fila troppo lunga. Ed è forse per questo che il testo resiste a ogni traduzione, a ogni adattamento, persino alla sua stessa fama di frase da parete: perché non descrive un’epoca, descrive una condizione.

La domanda del pesce anziano non ha mai davvero smesso di essere rivolta a noi. Cosa risponderemmo, oggi, se qualcuno ci chiedesse com’è l’acqua in cui nuotiamo?

