Il muro che ho davanti agli occhi da qualche giorno, nelle fotografie che arrivano da Londra, non separa niente. È lungo, rosso, un poco irregolare, e si piega su se stesso come se qualcuno lo avesse tracciato con un gesto della mano invece che con un righello. Eppure regge. Anzi: regge proprio perché si piega. È il paradosso su cui LANZA atelier, lo studio di Città del Messico fondato da Isabel Abascal e Alessandro Arienzo, ha costruito il Serpentine Pavilion 2026, il venticinquesimo della serie che dal 2000, da Zaha Hadid in avanti, trasforma ogni estate un prato di Kensington Gardens in un laboratorio di architettura temporanea. Lo hanno chiamato “a serpentine”, minuscolo, quasi un nome comune prima che un titolo. Ed è, dopo un quarto di secolo di acciaio, legno, membrane tese, il primo padiglione della serie interamente costruito in mattoni: circa trentamila pezzi color Sienna, fabbricati poco a sud di Londra, montati a secco, senza malta, tenuti insieme dalla sola geometria e da sottili piastre d’acciaio nascoste a metà dell’altezza dei muri. Smontabile fino all’ultimo pezzo: gli architetti raccontano che, capovolto, il muro cadrebbe a pezzi come una pila di carte, perché è la gravità stessa, e non un legante, a tenerlo in piedi.

Il riferimento dichiarato è un manufatto minore della tradizione inglese, il muro “crinkle-crankle”, quello ondulato che compariva negli orti vittoriani: una parete che, curvando, si autoporta e usa meno mattoni di una parete dritta, perché non ha bisogno di contrafforti. È un’idea di economia costruttiva che trovo bellissima, e che nel nostro Sud conosciamo bene sotto altro nome: il muro a secco dei terrazzamenti in costiera, il muretto che accompagna un sentiero tra gli ulivi, strutture che stanno in piedi non per la quantità di materia accumulata ma per l’intelligenza con cui quella materia viene disposta. LANZA atelier ha preso questa logica quasi contadina e l’ha portata dentro un parco reale di Londra, facendola dialogare, letteralmente di fronte, con la facciata vittoriana in mattoni della Serpentine South Gallery, che nacque un secolo fa come padiglione da tè. Il muro sud del padiglione ripete la curva del vicino lago Serpentine; il muro nord si piega invece intorno alla chioma di un albero esistente, come se l’architettura avesse scelto di scansare la natura invece di abbatterla.

Quello che mi colpisce, più della citazione storica, è la tecnica di posa. I mattoni sono montati di taglio, con la faccia forata rivolta verso l’esterno: da lontano il muro si legge come un nastro rosso caldo, continuo, quasi tessile nella sua sinuosità; da vicino si scompone in una trama fitta di piccole ombre verticali, un pettine di luce e vuoto che filtra il sole di giugno come farebbe un canneto, o una gelosia. Gli stessi architetti descrivono quei vuoti regolari come “momenti di connessione” più che di divisione: è un’architettura che cambia identità a seconda della distanza da cui la si guarda, cosa che in teoria dovrebbe fare ogni buona architettura, e che invece quasi nessuna riesce più a fare davvero.

C’è qualcosa, in questo padiglione, che mi riporta dritto al lavoro di bottega. Non parlo solo della scelta del materiale, il mattone, umile e ripetuto, che qui diventa gesto collettivo prima ancora che elemento costruttivo, come dice la stessa Isabel Abascal quando spiega che “i mattoni superano l’individuo a favore del collettivo, il padiglione è un invito a esplorare e celebrare il parco”. Parlo soprattutto della postura progettuale: pensare la curva non come decorazione ma come strategia statica, pensare la temporaneità non come un limite ma come una libertà. A Napoli lavoriamo quasi sempre nel registro opposto, quello della permanenza, del muro che deve durare secoli, della pietra e del tufo che portano addosso la storia di una città stratificata fin nel sottosuolo. Ma proprio per questo mi interessa guardare un padiglione che sparirà a fine ottobre: mi ricorda che ogni muro, anche il più duraturo, nasce prima di tutto da una decisione, su quanta luce lasciar passare, su quanto peso far portare alla curva invece che allo spessore, su quanto la materia debba essere accumulata o, al contrario, alleggerita fino a diventare trama.

Il tetto traslucido che poggia leggero sulle colonne di mattoni, disposte come un boschetto, aggiunge un ultimo strato a questa lezione: la copertura non pesa sul muro, lo sfiora appena. È un dettaglio che nella mia pratica, quando lavoro su una corte, su un patio, su uno di quei vuoti mediterranei che restano la vera stanza della casa del Sud, cerco sempre, spesso senza trovarlo del tutto: la sensazione che l’involucro non chiuda ma filtri, che la luce non venga bloccata ma ridisegnata dalla stessa materia che dovrebbe fermarla. Il mattone, qui, smette di essere solo struttura muraria per diventare quasi un tessuto, una trama tridimensionale che il sole attraversa in modi diversi a ogni ora del giorno, un po’ come accade ai fori dei nostri frangisole in cotto, o alle gelosie che filtrano la luce sui balconi del centro storico.

Mi chiedo se sia un caso che il venticinquesimo padiglione della serie londinese arrivi al mattone solo ora, dopo tanti anni di sperimentazioni con materiali più leggeri e più esibiti. Forse ci voleva uno studio messicano, abituato a lavorare con muri spessi e luce tagliente, per restituire all’Inghilterra un pezzo della sua stessa tradizione muraria vista da fuori, con occhi che vengono da un altro Sud del mondo. Mi chiedo, soprattutto, cosa resterà di questa curva quando a ottobre le squadre smonteranno i trentamila mattoni uno per uno, se qualcosa della sua geometria, quella capacità di stare in piedi piegandosi invece che irrigidendosi, potrà mai trovare posto in un muro che, a differenza di questo, è condannato a restare.




