Ho incontrato il pensiero di Edgar Morin quasi per caso, nel mezzo di una fase di progetto particolarmente intricata. C’era un cliente con richieste apparentemente contraddittorie — voleva un ambiente aperto ma intimo, luminoso ma raccolto, moderno ma caldo — e io stavo cercando di risolvere queste tensioni come se fossero un problema da eliminare. Poi ho letto una frase di Morin e qualcosa si è spostato: «Ciò che è tessuto insieme non può essere compreso separando i fili.»
Morin è nato a Parigi nel 1921 e ha attraversato quasi tutto il Novecento — intellettuale, sociologo, filosofo — lasciando un’opera monumentale che si chiama La Méthode, sei volumi che non sono un manuale ma una rifondazione del modo in cui pensiamo. La sua idea centrale è semplice da enunciare e difficile da abitare: la realtà è complessa. Il nostro modo di pensare è troppo semplice per contenerla.
La parola “complesso” viene dal latino complexus, che significa “ciò che è tessuto insieme”. Non complicato, non difficile: tessuto. È una distinzione che mi ha colpito perché il progetto di architettura è esattamente questo — un tessuto di materia, luce, uso, memoria, corpo, relazioni. Quando lo semplifichiamo troppo — quando diciamo “è funzionale” o “è bello” come se bastasse — perdiamo i fili che lo tengono vivo.

Morin ha identificato tre principi nel pensiero complesso, e tutti e tre mi sembrano utili a chi lavora nello spazio. Il primo è il principio dialogico: due opposti possono essere entrambi veri contemporaneamente. L’uomo è razionale e irrazionale. Lo spazio domestico è rifugio e palcoscenico. La luce mediterranea è carezza e violenza. Non si sceglie un polo eliminando l’altro — si tengono insieme, si trasforma la tensione in forma.
Il secondo principio è quello ricorsivo: gli effetti retroagiscono sulle cause. La società produce gli individui, e gli individui producono la società. In architettura: lo spazio forma chi lo abita, e chi lo abita trasforma lo spazio. Questo significa che progettare non è solo rispondere a un bisogno — è anticipare una relazione. È un circolo, non una freccia.
Il terzo principio, quello ologrammatico, è forse il più poetico: il tutto è nella parte, e la parte è nel tutto. Come ogni cellula contiene il DNA dell’intero organismo, ogni angolo di una stanza contiene l’intero progetto. Un dettaglio — il modo in cui un listello incontra il pavimento, la larghezza di un davanzale — porta in sé il senso dell’intera casa.
Morin parlava già negli anni Settanta di interdipendenza planetaria, di destino comune, di crisi ecologica come conseguenza di un pensiero troppo frammentato. Noi abbiamo continuato a dividere — il corpo dall’ambiente, l’economia dall’etica, il costruito dal paesaggio — e i risultati sono visibili. La transizione ecologica non è solo un problema tecnologico: è prima di tutto un problema di pensiero.
Nel mio lavoro a Napoli, su residenze che occupano spesso strati sovrapposti di storia, ho imparato che non si può progettare senza tenere insieme il passato e il presente, il cliente e il quartiere, la materia e la luce, il vincolo e la libertà. Non è una scelta metodologica — è l’unico modo che conosco per non perdere pezzi di realtà lungo la strada.
Morin ci ha lasciati nel 2023, a quasi centodue anni. Ma la sua lezione non è mai stata così necessaria: in un’epoca in cui tutto tende alla semplificazione — algoritmi, slogan, certezze confezionate — imparare a pensare in modo complesso è quasi un atto di resistenza.
Rimane aperta una domanda, che torno a farmi ogni volta che inizio un progetto: quanti fili sto davvero tenendo insieme?



