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La conchiglia di mattoni di Longyou, o della torsione necessaria

A Longyou, in Cina, HCCH Studio piega due cupole di mattoni in un’unica torsione calcolata: una riflessione su mano del muratore, matrice digitale e la curva come necessità strutturale, non ornamento.

La conchiglia di mattoni di Longyou, o della torsione necessaria

Il terreno, nella campagna di Longyou, sembra essersi piegato su se stesso fino a diventare una conchiglia di mattoni. Non è una metafora facile: la Twisted Brick Shell Library che lo studio cinese HCCH Studio ha completato nel 2023 tra i campi coltivati di Quzhou, nello Zhejiang, è letteralmente un guscio — due cupole che si toccano, si scambiano di posto, si attorcigliano lungo una vertigine di laterizio che non assomiglia a nessuna volta che io conosca. Dieci metri di diametro, cinque di altezza, e un solo gesto: la superficie che unisce le due semisfere non è un muro, è una torsione, il punto esatto in cui la geometria smette di essere prevedibile e diventa organica per necessità strutturale, non per capriccio formale.

Esterno diurno della biblioteca in mattoni curvi tra l'erba alta della campagna di Longyou
Foto: Qingyan Zhu, Fangfang Tian, courtesy of HCCH Studio (via ArchDaily)

Mi ci sono soffermato a lungo su questo piccolo padiglione di lettura, perché quello che HCCH Studio ha fatto qui rovescia un’idea che do per scontata da vent’anni di cantieri: che la curva in laterizio nasca sempre dalla mano, dal corso dopo corso, dal muratore che avvicina un mattone al successivo leggendo l’andamento della volta con gli occhi. A Longyou i mattoni non sono posati, sono inseriti — uno per uno, dentro una matrice di acciaio perforato che ne calcola in anticipo la posizione, lo spessore variabile del giunto, l’angolo di rotazione. Poi arriva il calcestruzzo ad alta resistenza, colato in situ, e il mattone smette di essere un elemento portante nel senso in cui lo intendo io: diventa pelle, memoria del materiale più che sua logica statica. È un cortocircuito che mi ha messo a disagio, in un primo momento, perché tutta la mia pratica — qui a Napoli, tra tufo e piperno, tra cupolette e volte a stella — si fonda sull’idea che la curva muraria sia intelligenza manuale accumulata, un sapere che si tramanda mattone dopo mattone. Vedere lo stesso risultato ottenuto per via digitale, con un calcolo che pixelizza la torsione in migliaia di unità identiche e le colloca dove servono, mi ha costretto a chiedermi cosa esattamente stessi difendendo, quando difendo la muratura tradizionale: il gesto, o solo il suo risultato visibile.

Sequenza di cantiere: inserimento dei mattoni nella matrice di acciaio perforato prima del getto di calcestruzzo
Foto: courtesy of HCCH Studio, documentazione di cantiere (via ArchDaily)

La risposta che mi sono dato — provvisoria, come tutte le risposte oneste — è che il valore non sta nel mezzo ma nella tensione che il mezzo produce. La torsione di Longyou non è un vezzo scenografico: è la cerniera che permette a due volumi altrimenti chiusi di aprirsi l’uno nell’altro, di lasciar entrare la luce radente del campo di erba alta che li circonda, di trasformare un padiglione di lettura in una specie di orecchio rivolto al paesaggio. La superficie continua, quella che da fuori sembra un unico guscio senza giunture, da dentro si rivela come un vortice di corsi che cambiano direzione, si intrecciano, si assottigliano fino a diventare quasi trasparenti nel punto di massima curvatura. È lì, in quello strozzamento, che la struttura racconta la sua vera natura: non un muro che si limita a stare in piedi, ma una superficie che lavora, che porta il carico proprio piegandosi.

Dettaglio interno della volta in mattoni dove le due semisfere si torcono l'una nell'altra
Foto: Qingyan Zhu, Fangfang Tian, courtesy of HCCH Studio (via ArchDaily)

Dentro, piccole sfere di acrilico incise con versi del poeta visivo giapponese Yoichiro Otani si affacciano dai fori praticati nella muratura: chi legge, legge attraverso il muro, sovrapponendo il testo al paesaggio reale che filtra dalle aperture. È un dettaglio che mi ha colpito più della torsione stessa, perché rivela l’intenzione vera del progetto: non stupire con la forma, ma costringere il corpo a un rapporto fisico con la lettura, con la luce che cambia ora dopo ora, con un mattone che smette di essere superficie muta e diventa cornice ottica. Chi sta in piedi sotto quella volta, per quanto piccola sia la stanza, avverte lo scarto tra la mole apparente del guscio visto da fuori e la leggerezza quasi liquida che si respira all’interno: è un effetto che in muratura tradizionale otteniamo raramente, perché di solito la massa che si vede da fuori è la stessa massa che si sente da dentro.

Interno della biblioteca con una figura umana che mostra la scala della volta in mattoni
Foto: Qingyan Zhu, Fangfang Tian, courtesy of HCCH Studio (via ArchDaily)

Penso spesso, quando incontro un progetto come questo, a quanto la torsione sia in realtà un gesto mediterraneo prima ancora che digitale: le cupolette a stella dei trulli, le volte a botte spezzata di certe masserie pugliesi, gli imbuti di luce di qualche sottoscala napoletano nascono tutti da un’idea simile — la superficie muraria che si piega per rispondere a una necessità di passaggio, non per abbellirsi. La differenza, a Longyou, è che quella necessità non viene più negoziata a mano, corso dopo corso, davanti al muro che cresce, ma calcolata prima che il primo mattone venga posato, dentro un software, lontano dal cantiere. Mi chiedo se questo tolga qualcosa alla curva, o se al contrario la liberi: se un calcolo strutturale possa oggi rendere esplicito ciò che il muratore antico sapeva solo per intuizione accumulata, e se questa esplicitazione sia una perdita di mistero o un guadagno reale di libertà formale. Guardando il padiglione isolato nei campi, quasi un relitto arrivato da un’altra epoca in mezzo alla campagna cinese, la domanda non mi sembra affatto accademica.

Vista aerea del contesto rurale di Longyou, campi e fiume Qujiang attorno al padiglione
Foto: Qingyan Zhu, Fangfang Tian, courtesy of HCCH Studio (via ArchDaily)

Nel mio studio, in questi mesi, sto ripensando alcune curve lasciate sulla carta anni fa — un porticato, la copertura per un piccolo spazio pubblico nel centro storico — proprio perché mi sembra che oggi si possa affrontare una torsione muraria senza doverla giustificare come citazione vernacolare: la si può costruire come necessità spaziale pura, lasciando che sia la statica, non la nostalgia, a decidere dove il mattone deve piegarsi. Resta da capire quanto di questa libertà tecnica sia compatibile con l’artigianato che a Napoli, nel bene e nel male, resiste ancora nei cantieri, tra maestranze che sanno leggere una volta a occhio prima ancora che sulla carta. Se riusciremo a far dialogare la mano del muratore con la precisione di una matrice calcolata altrove, o se dovremo scegliere ogni volta da che parte stare, è una domanda che porto a casa da questo piccolo guscio di mattoni perso tra i campi dello Zhejiang.

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