Ci sono architetture che non si presentano: si rivelano. E la Rajkumari Ratnavati Girls School a Jaisalmer, nel Rajasthan, è una di quelle. La prima volta che l’ho incontrata — in una fotografia aerea, la forma ovale dorata adagiata nel deserto del Thar come un frammento di fortezza dimenticata — ho pensato che qualcuno avesse capito qualcosa di fondamentale: che l’architettura, quando è vera, non impone. Accompagna.
L’ha progettata Diana Kellogg, architetta americana, per CITTA, un’organizzazione no-profit che lavora nelle comunità marginalizzate dell’India. La scuola è attiva dal 2021 e accoglie fino a quattrocento ragazze, dalla materna alla decima classe, in una regione dove il tasso di alfabetizzazione femminile oscilla intorno al trentadue per cento. Non è un numero: è una misura dell’assenza. E da architetto che lavora quotidianamente su spazi abitati, su pareti che devono contenere vite, queste cifre non restano mai sul foglio. Restano addosso.
La forma ellittica dell’edificio richiama le fortezze rajput, i bastioni curvi che da secoli proteggono e dichiarano la propria presenza nel paesaggio. Ma richiama anche qualcosa di più antico, meno classificabile: una geometria del grembo, della protezione, del contenimento senza costrizione. La Kellogg ha detto di aver cercato simboli di forza femminile nelle culture di tutto il mondo, e alla fine è tornata all’ovale. C’è saggezza in questa scelta — quella semplicità che arriva solo dopo aver esaurito la complessità.
Le pareti sono in arenaria locale, scolpita a mano da artigiani del posto. Spesso, i padri delle stesse bambine che oggi frequentano le aule. Mi fermo su questo dettaglio ogni volta che rileggo il progetto: c’è qualcosa di enormemente poetico — e forse necessario — in un edificio costruito da chi ha tutto l’interesse che regga.
Sul piano tecnico, il progetto è una lezione di architettura bioclimatica nel contesto più estremo immaginabile: cinquanta gradi centigradi d’estate, nessun condizionatore. Le pareti massicce in arenaria funzionano come massa termica, assorbendo il calore di giorno e rilasciandolo gradualmente di notte, smussando i picchi termici con la stessa lentezza con cui la pietra si è formata. I jali — i pannelli in pietra traforata della tradizione rajput — filtrano la luce solare, attivano la ventilazione incrociata e proiettano ombre che cambiano con il sole, trasformando ogni parete in una superficie viva, che respira. Le aperture sono studiate per innescare l’effetto camino: l’aria fresca entra dal basso, quella calda sale e fuoriesce in alto, senza motori, senza consumi. La copertura a pannelli solari genera energia e, al tempo stesso, funge da zona ombreggiata per il gioco, proteggendo il cortile sottostante dal sole diretto. Tutto pensato. Niente aggiunto.
Nel Mediterraneo — a Napoli, dove il sole d’agosto è tutt’altro che clemente — lavoriamo con problemi simili, più morbidi forse, ma strutturalmente analoghi: calore, luce diretta, vento, umidità. E spesso la risposta di default è il vetro, il condizionatore, la tecnologia che copre il problema invece di risolverlo. Guardare questo edificio nel deserto del Thar è un promemoria — a volte aspro — di quanto la tradizione costruttiva contenga soluzioni che non abbiamo ancora finito di capire. La fisica non cambia con la latitudine. Cambia solo la nostra disponibilità ad ascoltarla.
La scuola è parte del GYAAN Center, che comprende anche The Medha — spazio espositivo e sala per eventi culturali — e una Women’s Cooperative, dove artigiane locali insegnano tessitura e ricamo alle madri delle studentesse. L’architettura qui non è un semplice contenitore: è un catalizzatore di comunità, dove educazione, cultura e sviluppo economico si intrecciano nella stessa arenaria. Ha vinto nel 2023 l’AIA Architecture Award, ed è entrata nella lista AD100 di Architectural Digest India.
Ma quello che mi rimane, quello che continuo a girare nella mente dopo aver studiato questo progetto, non è il riconoscimento. È la domanda che sottende tutta l’operazione: quando costruiamo, per chi stiamo davvero costruendo? E siamo disposti — davvero disposti — a lasciarci guidare dalla risposta?
Ph. Vinay Panjwani / Diana Kellogg Architects



