Ventinove container marittimi, ciascuno con il proprio numero di serie e la propria storia di rotte transpacifiche, impilati fino a quattro livelli su un terreno pianeggiante affacciato sulla baia di Hualien, a Taiwan. Visti per la prima volta in fotografia sembrano sul punto di franare: volumi bianchi che si protendono nel vuoto in direzioni alternate, sorretti solo dall’incastro con quelli sottostanti, in un equilibrio che pare più annunciato che reale. Invece è uno Starbucks aperto tutti i giorni, con tanto di corsia drive-thru, firmato da Kengo Kuma and Associates e completato nel 2018. Non un padiglione temporaneo, non un prototipo da biennale: un edificio commerciale vero, pensato per restare.

La costruzione anzi impiegata è quella del container da quaranta piedi, lo stesso modulo che ha uniformato il trasporto merci mondiale dal dopoguerra in poi, qui liberato dal container-ship e rimesso in verticale attraverso una logica che Kuma dichiara debitrice del dougong, la mensola a incastro delle coperture nei templi e nei palazzi dell’Asia orientale, e insieme del fogliame irregolare delle piante di caffè, che nella stessa pianta produce rami mai allineati fra loro. Ventinove pezzi ruotati di novanta gradi l’uno rispetto all’altro, saldati e rinforzati da un ingegnere strutturale locale, dipinti di un bianco che toglie ogni riferimento industriale e restituisce ai volumi una leggerezza quasi cartacea. Il risultato sono terrazze impreviste a ogni livello, vetrate a tutta altezza dove il container viene tagliato e riaperto, lucernari che portano luce zenitale fin dentro il cuore della pila. Trecentoventi metri quadrati su due piani, in un paese — Taiwan — dove i tifoni e i terremoti rendono ogni sbalzo una dichiarazione tecnica prima ancora che estetica.

Quello che mi colpisce, guardando le fotografie degli interni, è quanto poco l’architetto abbia voluto nascondere l’origine industriale del materiale. Le pareti mantengono la lamiera ondulata dei container, verniciata ma non stuccata, mentre i pavimenti sono in legno chiaro e gli arredi minimi, quasi domestici: sgabelli, un divano imbottito, una lampada da terra. È un contrasto che funziona proprio perché non cerca la mimesi: il container resta riconoscibile come container, con le sue nervature e i suoi angoli metallici, e la stanza costruita al suo interno non finge che sia altro. Dalle aperture al piano superiore si vede il mare, o meglio la baia, mentre al piano terra la sala si apre su una parete-vetrina dove il bancone del bar, protetto da una rete metallica romboidale che richiama certe cantine industriali riconvertite, resta visibile da fuori come una piccola scena.


C’è qualcosa di paradossale in un edificio costruito con lo strumento simbolo della precarietà — il container è per definizione ciò che si sposta, che non appartiene a un luogo — trasformato qui nel suo esatto contrario: un manufatto radicato, permanente, che dichiara stabilità strutturale proprio mentre inscena instabilità visiva. Negli ultimi quindici anni il container è diventato quasi un cliché dell’architettura del riuso, evocato più spesso per il suo valore comunicativo — sostenibilità, decostruzione, urgenza abitativa — che per una reale disciplina costruttiva. A Hualien invece il riuso è preso sul serio fino in fondo: ogni scatola porta il peso di quelle sopra, ogni sbalzo è calcolato, e il gesto plastico nasce da un vincolo tecnico prima che da un capriccio formale.

Nel mio lavoro a Napoli mi capita spesso di misurarmi con materiali che portano già una storia — muri tufacei che hanno cambiato funzione tre o quattro volte in due secoli, solai industriali dismessi lungo la fascia costiera, infissi recuperati da cantieri chiusi — e la domanda che mi pongo davanti a un progetto come questo non è se il riuso sia sostenibile, cosa ormai quasi scontata, ma se resti percepibile come memoria o si dissolva nella nuova funzione. A Hualien il container non diventa mai neutro: resta oggetto industriale anche da bevanda in mano, anche sotto il logo di un marchio globale, e questo mi sembra l’aspetto più interessante, più che la spettacolarità della pila. Nel Mediterraneo lavoriamo con una luce diversa, meno tersa di quella taiwanese nelle fotografie, più calda e più insidiosa, che affatica i bianchi assoluti e chiede materiali capaci di invecchiare bene. Eppure il principio — lasciare che il materiale racconti da dove viene, anche quando lo si piega a un uso nuovo — è lo stesso che porto avanti nello studio, dalla piccola scala del recupero di un infisso alla scala urbana di un’area industriale da reinventare.

Resta una domanda aperta, che vale per Hualien come per certi cantieri napoletani su cui ragiono da anni: quanto a lungo un materiale riciclato continua a comunicare la propria provenienza, prima che l’uso quotidiano — il caffè preso di fretta, il logo verde, le sedute standardizzate — lo trasformi in semplice sfondo, indistinguibile da qualunque altra parete bianca del mondo?



