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Il giardino scavato: Lacy Steps e l’arte cinese di abitare il vuoto

A Shanghai, TROP scava un cortile di nove metri e lo veste di una scalinata in rete metallica: una riflessione sulla genealogia del vuoto abitato, dall’impluvium romano ai giardini di Suzhou, fino all’infrastruttura sociale contemporanea.

Il giardino scavato: Lacy Steps e l’arte cinese di abitare il vuoto

Il vuoto, qui, non è ciò che resta quando si toglie qualcosa: è ciò che si costruisce per primo. A Shanghai, nel complesso residenziale di Yanlord Arcadia, lo studio di Bangkok TROP: terrains + open space, sotto la direzione creativa di Pok Kobkongsanti, ha scavato un cortile di circa nove metri e lo ha vestito di una scalinata che sale su tre livelli come un anfiteatro velato da una rete metallica bianca.

Lo chiamano Lacy Steps, i gradini di pizzo, e il nome dice già molto: una struttura che dovrebbe fare da muro diventa merletto, lascia passare la luce, il vento, lo sguardo. Vista dall’alto sembra un disegno tessile disteso tra gli alberi; vista da dentro è una piazza che si sale invece di attraversarla.

Persona che attraversa il corridoio della scalinata in rete metallica bianca di Lacy Steps
Foto: © Chill Shine

Mi sono chiesto a lungo perché scavare, invece di costruire in altezza, resti un gesto così carico di significato in architettura. Forse perché ogni cortile ribassato rimanda a un’origine domestica antichissima: l’impluvium della casa romana, quella vasca incassata nell’atrio che raccoglieva l’acqua piovana e insieme organizzava la vita della famiglia attorno a un vuoto centrale, luminoso, condiviso. Non era un accessorio idraulico, era il cuore della casa, il punto in cui il cielo entrava nella costruzione e la costruzione si apriva al cielo. Lacy Steps, con la sua vasca urbana di 590 metri quadrati incassata tra le torri, ne è un discendente involontario: non raccoglie più acqua piovana ma raccoglie persone, bambini che corrono sui gradini, vicini che si fermano a parlare, un campo da badminton nell’ombra più profonda, una sala da tè in una nicchia riparata, e più in alto, uscendo dalla terra, una palestra piena di sole e una biblioteca di quartiere.

Bambine che salgono la scalinata-anfiteatro in rete metallica bianca di Lacy Steps
Foto: © Chill Shine

C’è poi un’altra genealogia, meno immediata ma più prossima nello spirito: quella del giardino cinese classico, i giardini di Suzhou. Lì il vuoto non è mai neutro: ogni cortile, ogni bacino d’acqua, ogni apertura ritagliata in un muro è costruito per essere attraversato in sequenza, per rivelare una scena diversa a ogni passo, in un montaggio che il visitatore compone camminando.

Lacy Steps lavora in modo non dissimile: scendendo si scoprono ambienti diversi, salendo se ne scoprono altri, e la rete metallica, bianca, leggera, quasi un disegno a china sospeso nell’aria, fa da filtro un po’ come le finestre a losanga dei giardini di Suzhou, che non chiudono la vista ma la inquadrano, la centellinano. Non credo sia un caso che un progetto cinese contemporaneo torni, magari senza dichiararlo, a questa sintassi dello sguardo controllato: certe grammatiche spaziali sopravvivono ai secoli perché rispondono a un bisogno che l’architettura moderna aveva quasi dimenticato, quello di rendere lenta e composita l’esperienza di un luogo.

Dettaglio ravvicinato della rete metallica bianca dei gradoni di Lacy Steps
Foto: © Chill Shine

Guardando le fotografie di questo cortile scavato mi è tornato in mente anche un terzo antenato, più lontano geograficamente ma non concettualmente: il sunken garden inglese, quello che dal tardo Ottocento in poi si è insinuato nei parchi pubblici e nei giardini privati come un modo per creare un microclima riparato, un teatro verde protetto dal vento, uno spazio che la depressione del terreno rende insieme intimo e pubblico. Anche lì il gesto è lo stesso: scavare per proteggere, abbassare per raccogliere.

Lacy Steps mette a sistema queste tre tradizioni, la domesticità romana, la sequenza cinese, la protezione climatica inglese, e le traduce nel linguaggio di oggi, quello dell’infrastruttura sociale condominiale, dove un vuoto smette di essere residuo tra edifici e diventa il vero programma del progetto, più importante delle unità abitative che lo circondano.

La scalinata-anfiteatro di Lacy Steps vista tra i rami degli alberi del cortile
Foto: © Chill Shine

È qui che la questione mi tocca da vicino, come architetto che lavora in un contesto mediterraneo dove la corte non è mai stata un’invenzione ma un’eredità quotidiana. Le corti napoletane, i cortili dei palazzi, i chiostri, condividono con Lacy Steps una stessa intuizione tecnica prima ancora che estetica: il vuoto scavato, o semplicemente racchiuso, è un dispositivo climatico, regola l’ombra e la ventilazione, ed è insieme un dispositivo sociale, mette in scena l’incontro senza programmarlo del tutto.

La differenza è che TROP ha reso esplicito, quasi teatrale, ciò che nella tradizione mediterranea resta spesso implicito, pudico, filtrato da una soglia, da un portone, da un androne in penombra. Una scalinata-anfiteatro che invita apertamente a sedersi, salire, sostare, dichiara la sua funzione sociale senza vergogna, mentre le nostre corti la sussurrano.

La scalinata bianca in rete metallica di Lacy Steps intravista tra le foglie della vegetazione
Foto: © Chill Shine, Jayda, Yuting Lu

Mi chiedo allora se il compito, per chi progetta oggi corti e vuoti in un clima come il nostro, non sia proprio questo: smettere di considerare il vuoto come uno spazio di risulta da riempire con arredo a posteriori, e cominciare a trattarlo come la vera struttura portante della vita in comune, da disegnare con la stessa cura che si riserva a un muro portante.

Quanto siamo disposti, in un tessuto denso come quello delle nostre città, a scavare invece di costruire?

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