Sul lungomare di Karaköy, dove il Corno d’Oro incontra il Bosforo, Renzo Piano Building Workshop ha completato nel 2023 il suo primo edificio in Turchia sostituendo la vecchia sede di Istanbul Modern con un volume che l’architetto ha descritto come un pesce guizzato fuori dall’acqua. L’immagine è già stata raccontata ovunque, e a ragione: la pelle dell’edificio è composta da circa trecento moduli di alluminio, concavi e convessi, che si comportano come squame, riflettendo la luce mutevole dello stretto in un gioco iridescente che cambia colore con le ore e con le stagioni. Ma è un’immagine che, una volta enunciata, esaurisce in fretta la sua capacità di dire qualcosa. Quello che ci interessa qui non è l’effetto ottico — bello, previsto, fotografato da ogni angolazione possibile — ma la catena di lavoro che lo ha reso costruibile: come si passa da una superficie disegnata al computer, curva e irregolare in ogni suo punto, a trecento pezzi metallici che devono arrivare in cantiere, combaciare con le strutture esistenti e resistere per decenni all’aria salmastra del Bosforo.

La prima cosa che colpisce, ripercorrendo la genesi del progetto, è quanto poco la geometria finale assomigli a un’operazione di stile applicata a posteriori su un involucro convenzionale. RPBW ha lavorato per lungo tempo su modelli fisici della facciata prima ancora di parlare di produzione: uno studio d’elevazione in scala, poi un mock-up costruito in legno nel laboratorio dello studio a Genova, per verificare come le superfici curve si sarebbero comportate sotto luce reale, non simulata. È un dettaglio che vale la pena notare perché rovescia un’aspettativa diffusa sulla fabbricazione digitale: non si comincia dalla stampante, si comincia dal legno e dalla mano, e solo dopo — una volta che la forma ha superato la prova della luce — la si affida ai processi additivi che la trasformeranno in componente costruttivo. La tecnologia interviene a valle di una verifica fisica, non la sostituisce.

Da lì in avanti la produzione dei trecento pannelli è passata nelle mani di Newtecnic, lo studio di ingegneria di facciate che ha seguito la costruzione dei pezzi metallici e dei sistemi di fissaggio, dichiarando esplicitamente di aver fatto ricorso alla manifattura additiva e alla stampa 3D di componenti edilizi verificati, prodotti in laboratori di cantiere avanzati pensati per garantire tempi, budget e qualità su una geometria che non ammette tolleranze generiche. È una precisazione che merita di essere presa sul serio: qui la stampa 3D non serve a produrre un prototipo espositivo o un dettaglio decorativo isolato, ma un numero consistente di componenti dell’involucro di un edificio pubblico, ciascuno chiamato a lavorare in un sistema di facciata isolato termicamente, ancorato a una struttura esistente, esposto a un clima marino aggressivo. È la differenza tra la stampa 3D come gesto dimostrativo e la stampa 3D come anello ordinario, per quanto sofisticato, di una filiera edilizia.
Non si comincia dalla stampante, si comincia dal legno e dalla mano.

Quello che manca, nelle fonti pubbliche che abbiamo potuto verificare, sono le coordinate precise di questa filiera: quali stabilimenti abbiano materialmente stampato i pannelli, in quante parti sia stato eventualmente necessario suddividere ciascun modulo per rientrare nei limiti dimensionali dei sistemi di stampa disponibili, dove sia avvenuto l’eventuale assemblaggio dei pezzi in unità complete prima della spedizione a Istanbul. Sappiamo che il progetto ha coinvolto uno studio di ingegneria con base nel Regno Unito, Arup, uno specialista di facciate — Newtecnic — con laboratori di produzione digitale, e un general contractor turco, Yapı Merkezi, responsabile del montaggio finale in cantiere: una filiera che per sua natura attraversa almeno tre paesi prima ancora di considerare dove siano fisicamente collocate le macchine di stampa. È una geografia della fabbricazione distribuita che oggi è la norma per qualsiasi involucro complesso di un certo formato, e che raramente compare nei racconti patinati sull’iridescenza delle squame: il progettista disegna in uno studio, l’ingegnere di facciata valida e produce altrove, il cantiere assembla in un terzo luogo, e il pezzo fisico attraversa confini prima di diventare architettura.

C’è un secondo aspetto, meno fotogenico ma più radicale, che riguarda la manutenzione. Newtecnic ha dichiarato di aver previsto, per la vita utile dell’edificio, un laboratorio in grado di rigenerare su richiesta i componenti di facciata danneggiati o da sostituire, installati poi da robot e cobot — robot collaborativi pensati per operare in ambienti condivisi con operatori umani. Se la notizia è confermata nella sua sostanza, cambia il modo in cui dovremmo pensare a una facciata di questo tipo: non più un sistema costruito una volta e poi semplicemente conservato, ma un archivio digitale di forme, ciascuna delle trecento squame codificata come file pronto a essere ristampato quando serve, senza dover ricostruire uno stampo fisico o rintracciare un fornitore che nel frattempo potrebbe aver chiuso. È una logica più vicina a quella di un pezzo di ricambio industriale che a quella tradizionale del restauro architettonico, dove il pezzo perduto va reinterpretato con mezzi artigianali perché lo stampo originale non esiste più.


Non è un caso isolato — la stampa additiva a scala edilizia si sta insinuando in più cantieri contemporanei, dai componenti in cemento ai pannelli di facciata come questi — ma è un caso ben documentato nella sua ambizione formale, ed è per questo che vale la pena guardarci dentro con attenzione anziché limitarsi a fotografarne il riflesso.
Restano, come abbiamo detto, delle zone d’ombra: la geografia esatta degli stabilimenti che hanno materialmente prodotto i trecento pezzi non è, allo stato delle fonti consultabili, un dato pubblico e verificabile, e sarebbe scorretto inventarlo per completare un racconto altrimenti coerente. Ma proprio questa opacità — un edificio pubblico, ampiamente pubblicato, la cui filiera produttiva resta in gran parte non documentata nel dettaglio — dice qualcosa sullo stato dell’informazione architettonica oggi: si racconta con dovizia l’effetto, il gesto, la metafora del pesce che salta dall’acqua, molto meno il lavoro concreto e distribuito che ha reso quel gesto una superficie reale, resistente al sale e alla luce, montata pannello dopo pannello su un lungomare che cambia volto da vent’anni.
Scheda progetto
Studio: Renzo Piano Building Workshop
Luogo: Istanbul Modern, Karaköy, Istanbul · 2023
Fotografie: Cemal Emden, Enrico Cano, RPBW



