A Pozzovetere un noce non si è spostato di un metro, nemmeno quando la casa a cui apparteneva è diventata due case invece di una. È rimasto esattamente dove stava. Beniamino Servino, che a Caserta firma dal 1994 con il nome SERVèN, lo ha lasciato lì: non come vincolo subito, ma come misura del progetto stesso.

Pozzovetere è un piccolo borgo contiguo a Casertavecchia, a pochi chilometri dal centro di Caserta. Una lottizzazione degli anni Ottanta vi ha prodotto una sequenza di case isolate su lotti minuscoli, cancellando quasi ogni traccia dell’edificazione a cortina che un tempo teneva insieme il borgo. È in uno di questi lotti che, tra il 1999 e il 2007, Servino interviene su un’abitazione unifamiliare preesistente, sfruttandone fino in fondo le possibilità urbanistiche per trasformarla in una casa bifamiliare.
La scelta non è la demolizione. È il rimodellamento: il nucleo originario della casa — la memoria di una famiglia — resta, e attorno a esso cresce un volume compatto, rettangolare, coperto da una falda doppia in pannelli Riverclack che pesa sull’aria quanto poco pesa in realtà. Sotto, la massa continua a parlare in tufo giallo campano, alluminio naturale, pietra lavica e marmo per le pavimentazioni: una sincerità dei materiali che Servino stesso ha descritto come “ricerca della verità che nasce dalla conoscenza dell’identità delle cose”. Non decorazione, non rivestimento: il muro è quello che sembra.

Il contrasto è tutto qui, tra la solidità muraria e la leggerezza della nuova copertura, tra il pieno del tufo e il vuoto disegnato delle finestre incassate come feritoie. E poi c’è il noce, che nella pianta del cantiere non doveva sopravvivere a nessuna delle due letture — né a quella di chi avrebbe voluto raderlo per far posto a un lotto più efficiente, né a quella opposta, sentimentale, che lo avrebbe reso feticcio. Resta invece testimone: cresce dentro l’intervento, non accanto.

Il progetto ha ricevuto il Premio Internazionale Architetture di Pietra nel 2007, alla decima edizione del concorso promosso da Veronafiere nell’ambito del Marmomacc, e nel 2011 la Menzione Speciale del German Natural Stone Award — riconoscimenti che parlano, non a caso, di pietra: dell’unico materiale qui che non finge di essere altro da sé.



Una frase pubblicata da poco su DIAC, a firma di Luigi Prestinenza Puglisi, sembra scritta pensando proprio a un cantiere come questo: il disegno e la costruzione non sono due fasi dello stesso processo, perché uno esplora il possibile e l’altra si confronta con la realtà. A Pozzovetere la realtà è stata, letteralmente, un albero che non si spostava. Il disegno ha dovuto trattare con lui, e il risultato non è un compromesso ma una casa che sa di aver dovuto ascoltare qualcosa di più vecchio di sé.
È forse per questo che le tavole di Servino, quelle che dal 1994 firma come SERVèN, non si leggono mai come il compenso di un’architettura non costruita. Restano un’idea che il cantiere, ogni volta, si incarica di attenuare — o di misurare. Pozzovetere è il punto in cui quell’idea ha vinto: non ha piegato la realtà, l’ha convinta a fare spazio.



