Chi risale il viale che porta al santuario di Dazaifu Tenmangu, tra le botteghe di dolci al fango d’ume e le insegne di legno scurito dal tempo, a un certo punto smette di capire dove finisce la strada e dove comincia il negozio. Non c’è una vetrina che si stacca dal fronte, non c’è una soglia netta: c’è un intreccio di listelli di cedro che esce dal muro come se il bosco, invece di essere stato tagliato per costruire, avesse deciso di continuare a crescere in un’altra forma. Sotto quella pensilina fatta di legno e niente altro, il caffè che Kengo Kuma ha disegnato nel 2011 per Starbucks smette quasi subito di somigliare a un punto vendita e comincia a somigliare a una grotta, o a un nido, o — se si accetta l’ambiguità — a entrambe le cose insieme.
La struttura è fatta di quasi duemila assi di cedro, sezione di sei centimetri, lunghezze che vanno da poco più di un metro a quattro metri, per uno sviluppo complessivo che sfiora i quattro chilometri: numeri che da soli non dicono nulla, finché non si capisce che quei listelli non sono un rivestimento applicato a una struttura portante nascosta da qualche parte, ma sono la struttura. Kuma aveva già lavorato l’intreccio ortogonale negli arredi Chidori e nel GC Prostho Museum Research Center, dove tre aste si incontravano in ogni nodo senza un chiodo, per semplice geometria dell’incastro. A Dazaifu sceglie invece la diagonale, che complica il giunto — quattro aste anziché tre — e lo risolve spostando leggermente il fulcro, dividendo le quattro in due coppie che convergono nello stesso punto. Il risultato non è più una griglia che si ferma dov’è appesa: è una trama che sembra scorrere, che ha una direzione, che tira lo sguardo dentro.
Quello che mi colpisce, tornando su queste fotografie, è la scomparsa quasi totale del confine fra involucro e struttura, fra interno ed esterno, fra decorazione e sostegno. Kuma stesso, raccontando il progetto, ha parlato di un’architettura fatta soltanto di interno: la parete portante si assottiglia verso l’ingresso fino a diventare una cornice sottilissima, appena segnata da un profilo metallico, mentre i fianchi verso gli edifici vicini restano invisibili, assorbiti dal costruito. Non c’è una facciata nel senso classico — un piano che separa il dentro dal fuori — c’è una densità di legno che si dirada man mano che ci si avvicina alla strada, come se l’edificio stesso si stesse consumando, o sciogliendo, nel tessuto urbano che lo precede.

Un edificio fatto soltanto di interno, che si scioglie nella strada.
Sul retro, verso l’interno vero e proprio del negozio, l’intreccio prosegue senza soluzione di continuità: pavimento in cemento grezzo, divani dalle forme geometriche dello stesso colore del pavimento, e all’ingresso una fila di canne di bambù piantate in un taglio praticato nel cemento, a sottolineare la direzione, la spinta verso l’interno. È un dispositivo semplice — quasi elementare — ma efficace: non ti invita a entrare con un’insegna, ti invita con una tensione spaziale, con una linea di fuga che il legno stesso disegna nell’aria. Il fatto che tutto questo accada a pochi metri dall’ingresso di un santuario shintoista fondato nel 919, meta ogni anno di oltre due milioni di persone, non è secondario: Kuma non ha cercato il contrasto, ha cercato l’armonia con un paesaggio fatto di case tradizionali a uno o due piani, di tetti bassi, di botteghe artigiane. Ha usato il legno, materiale che in quel contesto non stona mai, per farsi accogliere prima ancora che notare.

Penso spesso, nel mio lavoro a Napoli, a questa stessa domanda posta in termini diversi: quanto un edificio nuovo debba dichiararsi tale, e quanto invece debba imparare il dialetto del luogo in cui arriva. Qui non abbiamo cedro né la tradizione giapponese dell’incastro senza chiodi, abbiamo il tufo, la pietra lavica, il piperno, il ferro battuto delle ringhiere — materiali che portano con sé una luce diversa, più dura, più mediterranea, ma la questione di fondo non cambia: un materiale può essere scelto per il suo valore di superficie, come un rivestimento che comunica, oppure può essere scelto perché continua qualcosa che c’era prima, perché prolunga una grana, una consuetudine costruttiva, un modo di stare nella luce di un posto. Il progetto di Dazaifu appartiene chiaramente alla seconda categoria, ed è per questo che, pur trattandosi di un locale commerciale con tutte le esigenze pratiche che questo comporta — banco, scaffali, sedute, un flusso di clienti da gestire — non lo leggo come un esercizio di immagine, ma come un’architettura vera, che ha usato un cliente con mezzi importanti per portare avanti una ricerca sul legno che Kuma coltivava già da anni.

C’è qualcosa di quasi paradossale nel fatto che una struttura così leggera, fatta di aste sottili che sembrano librarsi, dia l’impressione di tenere in piedi l’edificio con la stessa sicurezza di un muro pieno. Ed è proprio in questo scarto fra la leggerezza che si vede e la tenuta che si intuisce che si gioca, credo, il valore dell’operazione: l’architettura come costruzione onesta, che non nasconde la propria natura ma la mette in scena, la rende leggibile, la trasforma in esperienza. Mi chiedo, guardando queste fotografie la sera, con la luce calda che accende ogni singolo listello e ne moltiplica le ombre sul soffitto, quanto della nostra idea di solidità sia in realtà un’idea di densità — quante aste sottili, intrecciate abbastanza fitte, bastino a farci sentire protetti quanto un muro pieno. E quanto, nel mio prossimo cantiere, potrei permettermi di alleggerire una parete che oggi darei per scontato dover costruire piena.
Scheda progetto
Studio: Kengo Kuma and Associates
Luogo: Dazaifu, Fukuoka, Giappone · 2011
Fotografie: Masao Nishikawa, courtesy Kengo Kuma and Associates



