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Lo stratega che non è mai esistito. Álvaro Mutis e le Storie della disperanza

In «Storie della disperanza» Álvaro Mutis costruisce un impero bizantino immaginario con la stessa cura filologica con cui documenta la propria prigionia reale: l’anacronismo come firma d’autore.

Lo stratega che non è mai esistito. Álvaro Mutis e le Storie della disperanza

C’è un generale bizantino, di stanza in una provincia dell’Asia Minore, che compare in un racconto con tanto di nome, campagne, sovrana di riferimento e anno di caduta in disgrazia. I dettagli sono così precisi da suonare da manuale di storia militare. Solo che quella provincia, in quell’anno, non poteva ancora esistere — e il generale, semplicemente, non è mai esistito. È la costruzione più elegante di Álvaro Mutis, e “Storie della disperanza”, l’antologia che Einaudi pubblicò nel 2003 nella collana “L’Arcipelago”, a cura e nella traduzione di Gaetano Longo, la mette a disposizione del lettore italiano insieme al resto di una filologia che Mutis ha costruito, racconto dopo racconto, per farsi credere.

Ritratto di Álvaro Mutis sorridente, in giacca scura
Álvaro Mutis nel 1997, l’anno del Premio Príncipe de Asturias per le Lettere. © Fundación Princesa de Asturias, fpa.es

Il titolo italiano lavora già di cesello. “Disperanza” non è “disperazione”: la parola prova a rendere la desesperanza di cui parlano i lettori ispanici di Mutis, uno stato che la critica distingue con cura dal semplice arrendersi. Non è il crollo agitato di chi ancora si dibatte contro qualcosa — quello, semmai, è più vicino alla desesperación. È un’assenza di speranza attraversata dalla lucidità, quasi una forma di calma acquisita a caro prezzo. Mutis lo ha detto in modo quasi ammonitorio in una delle sue rare uscite pubbliche sul tema: la prima condizione della disperanza è la lucidità. Non ci si dispera per ignoranza; ci si dispera perché, finalmente, si vede.

È un distinguo che sposta tutto il libro. I racconti raccolti in questa antologia — fra cui il celebre “La morte dello stratega” e il “Diario di Lecumberri” — non sono un catalogo di sconfitte da compiangere, ma un esercizio quasi metodico di sguardo freddo su ciò che non si può cambiare.

Álvaro Mutis in piedi, con un bicchiere in mano, in Galizia
Mutis ad A Pobra do Caramiñal, in Galizia, nel 2008. Foto: Loreana Rossiny, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

“La morte dello stratega” è il racconto che dà il tono a tutto il resto, ed è anche il più spericolato sul piano filologico. Il protagonista, Alar l’Illirico, viene presentato con l’apparato di un vero personaggio storico: campagne, gerarchie, il tramonto politico sotto la sovrana che lo aveva promosso. È in tutto e per tutto un funzionario di Bisanzio, tranne per il fatto che Mutis lo ha inventato di sana pianta — la critica lo definisce senza mezzi termini una prima replica, in costume bizantino, di Maqroll il Gaviero, il personaggio che avrebbe attraversato il resto della sua opera. Alar è un prototipo travestito da fonte primaria.

Il colpo più preciso, però, è nella data. Mutis colloca la parabola del suo stratega nel thema di Lycandos, la provincia amministrativa in cui l’imperatrice Irene lo avrebbe fatto stratega fra il 797 e l’802. Peccato che quel thema, come provincia effettivamente costituita, non nascesse prima del 916: l’area era ancora una semplice kleisoura di confine quando il generale armeno Melias vi si insediò intorno al 903, ne fu riconosciuto clisurarca solo nel 908, e la sua elevazione a thema arrivò dopo le vittorie militari del 915. Sotto Irene, cioè un secolo prima, quella struttura amministrativa semplicemente non c’era ancora. Non è un errore: è una firma. Mutis costruisce le sue fonti immaginarie con una precisione che supera quella di molte fonti vere, e proprio l’eccesso di esattezza — una provincia che sembra troppo ben documentata per essere reale — è il modo in cui l’autore lascia la sua impronta digitale nel testo.

Non è un errore: è una firma.

Solido d'oro bizantino con il busto dell'imperatrice Irene coronata
Solido d’oro di Irene imperatrice, regno 797-802: gli anni in cui Mutis fa stratega il suo Alar. Dumbarton Oaks, pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Il libro tiene insieme due matrici che a prima vista non sembrano parlarsi: l’invenzione erudita di un passato bizantino e la cronaca durissima di un presente vissuto in prima persona. Il “Diario di Lecumberri” nasce dai quindici mesi che Mutis passò nel carcere messicano di Lecumberri, fra la fine del 1958 e il 22 dicembre 1959, accusato di appropriazione indebita di fondi mentre lavorava come responsabile delle relazioni pubbliche per la filiale messicana della Standard Oil. È il punto più basso e insieme più fertile della sua biografia: da lì escono pagine che non hanno bisogno di travestimenti bizantini per dire la stessa cosa dello stratega inventato — che il potere, vero o immaginato che sia il suo teatro, tratta chi lo serve come materiale di scarto non appena smette di essere utile.

Il Palazzo di Lecumberri a Città del Messico visto attraverso le sbarre
Il Palazzo di Lecumberri, a Città del Messico: il carcere del «Diario», oggi Archivio Generale della Nazione. Foto: Raymundo Perera, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Leggere oggi queste “Storie della disperanza” come un dittico — l’impero immaginario e il carcere reale — significa accorgersi che Mutis non ha mai davvero smesso di scrivere lo stesso racconto. Cambiano i secoli, cambia il grado di verificabilità dei fatti, ma resta identica la distanza da cui l’autore osserva chi cade: mai compiaciuta, mai consolatoria, sempre esatta fino al dettaglio che, se lo controlli, ti tradisce.

Una cella del carcere di Lecumberri con brande e sbarre
Una cella di Lecumberri, dove Mutis passò quindici mesi tra il 1958 e il 1959. Foto: Djarter, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Nel nostro mestiere l’anacronismo è quasi sempre un difetto da correggere: un dettaglio fuori tempo smonta la credibilità di un rilievo, di una datazione, di un intero cantiere di restauro. In un racconto letterario può invece diventare l’esatto contrario — la prova che l’autore ha costruito un mondo abbastanza coerente da poter essere controllato, e sbagliato di proposito. Mutis non nasconde la crepa: la scava con la stessa cura con cui un falsario firma, in controluce, il proprio falso. Vale la pena chiedersi quante delle fonti che diamo per solide — in un progetto, in un racconto, in un archivio di famiglia — reggerebbero lo stesso controllo che riserviamo, per abitudine, solo a ciò che ci sembra sospetto fin dall’inizio.

Álvaro Mutis tra gli scrittori Antón Riveiro Coello e Alberto Piñeiro
Mutis tra Antón Riveiro Coello e Alberto Piñeiro, Galizia, 2008. Foto: Loreana Rossiny, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Scheda libro

Autore: Álvaro Mutis · Storie della disperanza

A cura e traduzione di Gaetano Longo · Einaudi, collana L’Arcipelago · 2003

Fotografie: Fundación Princesa de Asturias, Loreana Rossiny, Dumbarton Oaks, Raymundo Perera, Djarter (crediti in didascalia)

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