C’è un generale bizantino, di stanza in una provincia dell’Asia Minore, che compare in un racconto con tanto di nome, campagne, sovrana di riferimento e anno di caduta in disgrazia. I dettagli sono così precisi da suonare da manuale di storia militare. Solo che quella provincia, in quell’anno, non poteva ancora esistere — e il generale, semplicemente, non è mai esistito. È la costruzione più elegante di Álvaro Mutis, e “Storie della disperanza”, l’antologia che Einaudi pubblicò nel 2003 nella collana “L’Arcipelago”, a cura e nella traduzione di Gaetano Longo, la mette a disposizione del lettore italiano insieme al resto di una filologia che Mutis ha costruito, racconto dopo racconto, per farsi credere.

Il titolo italiano lavora già di cesello. “Disperanza” non è “disperazione”: la parola prova a rendere la desesperanza di cui parlano i lettori ispanici di Mutis, uno stato che la critica distingue con cura dal semplice arrendersi. Non è il crollo agitato di chi ancora si dibatte contro qualcosa — quello, semmai, è più vicino alla desesperación. È un’assenza di speranza attraversata dalla lucidità, quasi una forma di calma acquisita a caro prezzo. Mutis lo ha detto in modo quasi ammonitorio in una delle sue rare uscite pubbliche sul tema: la prima condizione della disperanza è la lucidità. Non ci si dispera per ignoranza; ci si dispera perché, finalmente, si vede.
È un distinguo che sposta tutto il libro. I racconti raccolti in questa antologia — fra cui il celebre “La morte dello stratega” e il “Diario di Lecumberri” — non sono un catalogo di sconfitte da compiangere, ma un esercizio quasi metodico di sguardo freddo su ciò che non si può cambiare.

“La morte dello stratega” è il racconto che dà il tono a tutto il resto, ed è anche il più spericolato sul piano filologico. Il protagonista, Alar l’Illirico, viene presentato con l’apparato di un vero personaggio storico: campagne, gerarchie, il tramonto politico sotto la sovrana che lo aveva promosso. È in tutto e per tutto un funzionario di Bisanzio, tranne per il fatto che Mutis lo ha inventato di sana pianta — la critica lo definisce senza mezzi termini una prima replica, in costume bizantino, di Maqroll il Gaviero, il personaggio che avrebbe attraversato il resto della sua opera. Alar è un prototipo travestito da fonte primaria.
Il colpo più preciso, però, è nella data. Mutis colloca la parabola del suo stratega nel thema di Lycandos, la provincia amministrativa in cui l’imperatrice Irene lo avrebbe fatto stratega fra il 797 e l’802. Peccato che quel thema, come provincia effettivamente costituita, non nascesse prima del 916: l’area era ancora una semplice kleisoura di confine quando il generale armeno Melias vi si insediò intorno al 903, ne fu riconosciuto clisurarca solo nel 908, e la sua elevazione a thema arrivò dopo le vittorie militari del 915. Sotto Irene, cioè un secolo prima, quella struttura amministrativa semplicemente non c’era ancora. Non è un errore: è una firma. Mutis costruisce le sue fonti immaginarie con una precisione che supera quella di molte fonti vere, e proprio l’eccesso di esattezza — una provincia che sembra troppo ben documentata per essere reale — è il modo in cui l’autore lascia la sua impronta digitale nel testo.
Non è un errore: è una firma.

Il libro tiene insieme due matrici che a prima vista non sembrano parlarsi: l’invenzione erudita di un passato bizantino e la cronaca durissima di un presente vissuto in prima persona. Il “Diario di Lecumberri” nasce dai quindici mesi che Mutis passò nel carcere messicano di Lecumberri, fra la fine del 1958 e il 22 dicembre 1959, accusato di appropriazione indebita di fondi mentre lavorava come responsabile delle relazioni pubbliche per la filiale messicana della Standard Oil. È il punto più basso e insieme più fertile della sua biografia: da lì escono pagine che non hanno bisogno di travestimenti bizantini per dire la stessa cosa dello stratega inventato — che il potere, vero o immaginato che sia il suo teatro, tratta chi lo serve come materiale di scarto non appena smette di essere utile.

Leggere oggi queste “Storie della disperanza” come un dittico — l’impero immaginario e il carcere reale — significa accorgersi che Mutis non ha mai davvero smesso di scrivere lo stesso racconto. Cambiano i secoli, cambia il grado di verificabilità dei fatti, ma resta identica la distanza da cui l’autore osserva chi cade: mai compiaciuta, mai consolatoria, sempre esatta fino al dettaglio che, se lo controlli, ti tradisce.

Nel nostro mestiere l’anacronismo è quasi sempre un difetto da correggere: un dettaglio fuori tempo smonta la credibilità di un rilievo, di una datazione, di un intero cantiere di restauro. In un racconto letterario può invece diventare l’esatto contrario — la prova che l’autore ha costruito un mondo abbastanza coerente da poter essere controllato, e sbagliato di proposito. Mutis non nasconde la crepa: la scava con la stessa cura con cui un falsario firma, in controluce, il proprio falso. Vale la pena chiedersi quante delle fonti che diamo per solide — in un progetto, in un racconto, in un archivio di famiglia — reggerebbero lo stesso controllo che riserviamo, per abitudine, solo a ciò che ci sembra sospetto fin dall’inizio.

Scheda libro
Autore: Álvaro Mutis · Storie della disperanza
A cura e traduzione di Gaetano Longo · Einaudi, collana L’Arcipelago · 2003
Fotografie: Fundación Princesa de Asturias, Loreana Rossiny, Dumbarton Oaks, Raymundo Perera, Djarter (crediti in didascalia)



