Un uovo non dovrebbe avere memoria di formule. Eppure quello che sorge sui bastioni orientali di Cuneo, all’ingresso della città verso Corso Marcono, porta incisa sulla sua pelle di pietra vulcanica una linea che non smette mai di piegarsi su se stessa, un meandro fittissimo che percorre l’intera superficie curva senza mai sollevarsi, come se qualcuno avesse voluto disegnare, con lo scalpello, l’idea stessa dell’infinito domestico. Non è un ornamento decorativo scelto per gusto: è la trascrizione plastica di un teorema. E i teoremi, si sa, di solito non hanno bisogno di un corpo.

Il matematico a cui l’opera è dedicata, Giuseppe Peano, nato in una cascina della frazione Spinetta, alle porte della stessa Cuneo, nel 1890 pubblicò un risultato che i suoi contemporanei giudicarono quasi uno scandalo logico: dimostrò che esiste una curva continua capace di passare per ogni punto di un quadrato, riempiendolo per intero. Un oggetto a una dimensione che diventa, senza smettere di essere una linea, superficie. Peano lo dimostrò con un’aridità estrema, per via puramente analitica, attraverso formule che descrivevano la costruzione passo dopo passo. Non pubblicò alcun disegno. Il suo mostro geometrico nacque, letteralmente, senza immagine.

L’immagine arrivò un anno dopo, per mano di un altro matematico, David Hilbert, che nel 1891 propose una variante della stessa idea accompagnata questa volta da un disegno: un quadrato diviso in quattro parti uguali, ciascuna visitata da un tratto a gomito, e poi ogni sottoquadrato diviso di nuovo in quattro, all’infinito, in una spirale di dettagli che si autosomiglia a ogni ingrandimento. Fu quel disegno, non le equazioni di Peano, a diventare l’icona che tutti riconosciamo oggi quando si parla di curve che riempiono il piano: la troviamo nei libri di testo, nei loghi, nelle stampe d’arte. È un piccolo paradosso storiografico che mi accompagna da quando, studiando le fotografie del monumento cuneese per capire cosa fosse davvero inciso su quella pietra, mi sono reso conto di non poter sciogliere con certezza un dubbio: se il motivo tracciato sull’uovo segua la costruzione originale di Peano, a base ternaria, o quella più celebre, e più facilmente memorizzabile, di Hilbert, a base quaternaria. Le fonti che ho potuto consultare descrivono l’opera, la commissionano, la datano — ma nessuna si sofferma sul dettaglio geometrico che, per chi lavora di forme, sarebbe la sola cosa davvero decisiva.

Non è un dubbio pigro. È, mi pare, precisamente il punto. Perché la storia visiva della curva di Peano è già, di per sé, una storia di slittamenti. Bruno Munari intitolò «Curve di Peano» una serie di serigrafie che cominciò a comporre nei primi anni Settanta e che tornò a stampare nel 1991: opere amatissime, entrate nelle collezioni pubbliche italiane, che hanno insegnato a intere generazioni come si guarda un tracciato che si autoripete. Helaman Ferguson, matematico e scultore americano che scolpisce teoremi nella pietra e nel bronzo con la stessa cura di un tagliatore di diamanti, ha inciso sul suo grande toro ombelicale di Stony Brook un motivo che la sua stessa documentazione chiama, senza troppo distinguere, «curva di Peano-Hilbert»: i due nomi viaggiano ormai appaiati, quasi fossero sinonimi, in una fusione che avrebbe probabilmente irritato entrambi gli autori, così gelosi ciascuno del proprio rigore. Cuneo, con il suo uovo di pietra dedicato a Peano, si inserisce esattamente in questa corrente: un’opera pubblica nata per onorare un nome, e affidata — come accade quasi sempre quando un’idea matematica lascia la pagina per farsi immagine collettiva — alla versione più fotogenica, più insegnabile, più facile da intagliare, che con ogni probabilità è quella di Hilbert.

Mi accorgo che è proprio questo scarto, tra la paternità dichiarata e l’immagine che davvero circola, a interessarmi come architetto più della curiosità aneddotica sulla scultura in sé. Nel mio lavoro capita spesso di ereditare pattern, griglie, texture che vengono da qualche parte — un tessuto, un rivestimento, una superficie forata — senza che nessuno, ormai, ricordi bene da quale dimostrazione o da quale disegno originario derivino. Il rigore che li ha generati si consuma, si sfalda in decorazione, diventa vocabolario disponibile: sopravvive la forma, si perde l’argomento. Non lo trovo un impoverimento soltanto. È anche un modo, forse l’unico, con cui certe idee troppo astratte per restare tali riescono infine a toccare la pelle delle cose, i muri delle città, la pietra levigata di un giardino pubblico. Un teorema che diventa uovo, prima di tutto, deve accettare di essere frainteso quel tanto che basta per farsi ricordare.

Resto quindi con questa domanda sospesa, che non ho potuto chiudere a tavolino: se qualcuno, passando per i bastioni di Cuneo, si fermasse a contare davvero i quadrati incisi in quella pietra vulcanica — tre per lato, o due — cosa cambierebbe, per la città che l’ha voluta, sapere con certezza a chi appartiene il disegno che sfiora con la mano?




