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Josef Hoffmann e la geometria come carattere

Nel servizio da tè disegnato per la Wiener Werkstätte nel 1903, Hoffmann non nasconde la mano dentro la forma pura: la martellatura resta visibile come unico ornamento. Un confronto in controluce con l’organicismo del Goetheanum di Rudolf Steiner.

Josef Hoffmann e la geometria come carattere

Un samovar, una teiera, una lattiera, una zuccheriera: quattro volumi cubici che stanno sul tavolo come piccole architetture, non come stoviglie. Josef Hoffmann li disegna a Vienna nel 1903, l’anno stesso in cui firma con Koloman Moser la nascita della Wiener Werkstätte, e li fa eseguire dall’argentiere Konrad Koch in argento sbalzato e martellato a mano, con manici piegati a squadra in ebano e piccoli inserti di corallo a interrompere, unico accento cromatico, la superficie grigia del metallo. Il servizio è oggi conservato al MAK di Vienna, ed è tra i primissimi pezzi realizzati dalla Werkstätte: quasi un manifesto involontario, l’atto fondativo di un linguaggio che nel giro di pochi anni porterà Hoffmann fino al Palais Stoclet.

Servizio da tè di Josef Hoffmann, 1903, argento martellato con manici in ebano e inserti di corallo
Josef Hoffmann, servizio da tè per la Wiener Werkstätte, Vienna 1903. Argento sbalzato e martellato, ebano, corallo. MAK – Museum für angewandte Kunst, Vienna; foto Katrin Wisskirchen (via Google Arts & Culture).

Quello che colpisce, guardando questi oggetti da vicino, non è la loro riduzione geometrica — che pure è radicale, tra le più nette dell’intero primo Novecento mitteleuropeo — ma il fatto che la geometria non cancelli la mano. Al contrario: la superficie dei corpi cilindrici e squadrati resta visibilmente battuta, ogni faccetta del metallo racconta il colpo del martello che l’ha generata. Hoffmann non nasconde la tecnica dentro la forma pura, la espone come unico ornamento consentito. Dove il tardo storicismo viennese avrebbe applicato fregi, palmette, cornici, qui resta soltanto una sottile fila di piccoli rilievi puntinati lungo la base — e per il resto, la martellatura stessa, la Hammerschlag, che funziona da decorazione perché è verità di processo prima che scelta estetica. È un paradosso produttivo interessante: la Werkstätte nasce per riscattare l’artigianato dalla svalutazione industriale, eppure lo fa vestendolo con la disciplina più severa che la modernità potesse immaginare, quella del cubo e del quadrato. La mano non scompare nella macchina né nella serie; scompare, semmai, dentro una griglia formale che la mano stessa deve rispettare colpo dopo colpo.

Negli anni successivi al 1903 questa stessa tensione — pietra dura contro superficie battuta, rigore contro artigianalità — si ritrova declinata in altre versioni del medesimo servizio: alcuni esemplari più tardi, oggi al Metropolitan Museum di New York, sostituiscono il corallo con ametista e corniola, segno che la Werkstätte trattava il disegno come una partitura da eseguire più volte, con variazioni di materiale ma identica struttura. Il principio non cambia: la geometria è la regola fissa, la pietra colorata la licenza minima concessa all’accidente.

Dettaglio di un servizio da tè in argento martellato Wiener Werkstätte, con manici in avorio intagliato
Wiener Werkstätte, servizio da tè in argento cesellato e martellato con manici in avorio intagliato, 1918 circa — una delle repliche successive dello stesso principio costruttivo. Courtesy Galerie Bel Etage, Vienna / MasterArt.

Il salto di scala che porta questo linguaggio dal vassoio all’edificio avviene pochi anni dopo, tra il 1905 e il 1911, quando Hoffmann costruisce a Bruxelles il Palais Stoclet per l’industriale Adolphe Stoclet: la stessa grammatica di volumi puri, di spigoli netti, di superfici lastricate in marmo bordate di bronzo dorato, si dilata fino a diventare una residenza intera, un’opera d’arte totale in cui persino le posate, i tessuti, il fregio a mosaico che Klimt realizza per la sala da pranzo obbediscono a una regia unica. È lo stesso gesto del servizio da tè, portato alla scala dell’abitare: la geometria non è più solo un carattere stilistico, è un ambiente in cui vivere.

Vista della sala da pranzo di Palais Stoclet a Bruxelles, con il fregio di Gustav Klimt
Vista della sala da pranzo di Palais Stoclet, Bruxelles (progetto Josef Hoffmann, 1905-1911), con il fregio a mosaico di Gustav Klimt, fotografia del 1914. MAK – Museum für angewandte Kunst, Vienna, inv. BI 97107 (via Google Arts & Culture).

Vale la pena mettere questa ricerca in controluce con un’altra, quasi coeva, che parte dalle stesse premesse e arriva a conclusioni opposte. Un decennio più tardi, tra il 1913 e il 1922, Rudolf Steiner — che pure aveva attraversato da giovane la Vienna intellettuale di fine secolo, prima di trasferirsi in Germania e poi in Svizzera per fondare l’antroposofia — fa costruire a Dornach il primo Goetheanum: un edificio in legno intagliato, sostituito dopo un incendio da una seconda versione in cemento armato, completata nel 1928, dove non esiste una sola linea retta né un angolo a novanta gradi. Steiner insegnava che l’architettura dovesse rifiutare la geometria euclidea per replicare le forme fluide dell’organismo vivente: cupole che si compenetrano, superfici che si incurvano come membrane, un intero edificio pensato come un corpo, non come un assemblaggio di solidi. Anche qui c’è la ricerca di un’autenticità costruttiva contro l’eclettismo storicista ottocentesco — la stessa urgenza che muove Hoffmann — ma la risposta è rovesciata: dove Hoffmann irrigidisce la mano dentro il cubo e lascia che il martello parli, Steiner scioglie ogni traccia manuale dentro la curva organica, fino a farla sembrare cresciuta piuttosto che costruita.

Il Goetheanum di Rudolf Steiner a Dornach, Svizzera, edificio in cemento dalle forme organiche
Rudolf Steiner, il Goetheanum, Dornach (Svizzera), seconda versione in cemento armato, 1924-1928. Goetheanum / foto Sebastian Jüngel.

Sono due modi diversi di dire la stessa cosa a un secolo di distanza dal Novecento mitteleuropeo che li ha prodotti entrambi: che la forma non può più limitarsi a ripetere un repertorio ereditato, che deve rendere conto di come è stata fatta e di che cosa vuole significare. Hoffmann sceglie di mostrare il processo — la martellata, lo spigolo, la squadratura — come garanzia di verità; Steiner sceglie di nasconderlo dentro un organismo che sembra non avere mai avuto una mano dietro di sé. Restano, in entrambi i casi, oggetti che chiedono di essere guardati più a lungo di quanto la loro apparente semplicità lasci intuire: un servizio da tè che è quasi un edificio in miniatura, un edificio che vorrebbe essere quasi un corpo. Difficile dire quale delle due strade abbia lasciato un’eredità più duratura nel disegno degli oggetti che usiamo ancora oggi — forse la domanda più interessante non è quale delle due abbia vinto, ma perché continuiamo a sentirne il bisogno, entrambe, ogni volta che un oggetto ci sembra dire la verità su come è stato fatto.

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