Ci sono progetti che si spiegano da soli, e ci sono progetti che si capiscono solo dopo aver passato un po’ di tempo con loro. Il 9×14 Table di Tramastudio appartiene alla seconda categoria. A prima vista sembra un tavolo sobrio, quasi austero. Poi capisci da dove viene il nome, e tutto cambia.

9×14 è la dimensione in centimetri della tessera di legno che si ripete sul piano. Non una sigla di catalogo, non un nome di fantasia: il nome è la misura generatrice. Quella tessera — 9 centimetri per 14 — si moltiplica sul piano segmentando la venatura del pino, creando un ritmo visivo che va e viene con la luce radente. E le stesse proporzioni definiscono le gambe: massicce, solide, con lo stesso rapporto di scala che governa tutto il resto.

È un gesto che conosco bene. In architettura si fa con i sistemi costruttivi — un passo, una campata, una maglia strutturale. Qui lo stesso principio scende alla scala dell’oggetto. Il tavolo è il suo modulo. Non rappresenta niente al di là di sé stesso.
Francesca e Manuela Pucciarini hanno usato solo pino massiccio per la struttura e compensato di pino per il piano — nessun materiale composito, nessun truciolare, nessuna scorciatoia. La finitura è una vernice opaca a base d’acqua, che protegge senza coprire. Il legno si vede, si sente, invecchia. E poiché ogni albero è diverso, ogni tavolo è diverso: la venatura non si replica, non si copia, non si produce in serie davvero identica.

C’è un dettaglio che mi ha colpito in modo particolare: l’apertura centrale nel piano. Un vuoto che attraversa la larghezza del tavolo e permette il passaggio dei cavi — lampada, computer, caricabatterie. Non è un buco risolto dopo: è pensato dall’inizio, come parte della forma. Il vuoto è un materiale. In questo tavolo, il vuoto ha una funzione tecnica e una presenza visiva insieme.

Nelle ristrutturazioni che facciamo a Napoli — soprattutto negli spazi dove il living e il working si sovrappongono, come accade sempre più spesso — mi trovo spesso a fare i conti con la questione del tavolo. Non nel senso di quale tavolo scelgo, ma nel senso profondo: cos’è un tavolo in uno spazio dove si vive, si lavora, si mangia, si progetta? È una superficie di scambio. È il centro gravitazionale di molte case.

Il 9×14 risponde a questa domanda con semplicità e rigore. Non cerca di essere tutto: è un tavolo. Ma lo è con una precisione — di proporzioni, di materiali, di intenzione — che lo rende più interessante di molti pezzi che cercano di stupire a tutti i costi.

92 per 196, altezza 78. Dimensioni normali, quasi banali sulla carta. Eppure guardandolo capisci che quelle misure sono il risultato di un calcolo, non di un’abitudine. E questo, nell’oggetto comune come nel progetto di architettura, fa tutta la differenza.



