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Casa Albero: l’utopia costruita della famiglia Perugini a Fregene

A Fregene, tra il 1968 e il 1975, i Perugini costruirono una casa pensata per non finire mai: un laboratorio di famiglia diventato rudere, oggi in parte restituito alle visite.

Casa Albero: l’utopia costruita della famiglia Perugini a Fregene

Una sfera bianca posata a terra come fosse caduta dal cielo, una scatola rossa sospesa fra i rami, una trave di cemento che si comporta come un ramo più duro degli altri: tra i pini di Fregene non è facile dire dove finisca l’albero e dove cominci la casa. La Casa Sperimentale di Giuseppe Perugini, Uga De Plaisant e Raynaldo Perugini non assomiglia a nessun’altra costruzione che io conosca, e ogni volta che la guardo mi chiedo cosa significhi davvero costruire per abitare.

È una storia di famiglia prima ancora che di architettura. Tra il 1968 e il 1975, su un lotto boscoso di Fregene, i Perugini costruirono la loro casa di vacanza come si costruisce un pensiero: aggiungendo, correggendo, rifacendo. Raynaldo, che allora era ancora un ragazzo e oggi accompagna i visitatori nelle aperture straordinarie, l’ha definita un laboratorio di famiglia, un modello in scala reale dove ognuno portava le proprie soluzioni. Non stupisce: Giuseppe Perugini, cofondatore con Bruno Zevi dell’APAO, era tra i primi in Italia a pensare l’architettura come un sistema aperto, quasi un linguaggio di programmazione ante litteram, fatto di moduli che si combinano e si aggiornano nel tempo.

Il gesto d’autore è tutto lì, nei pilastri e nelle travi di cemento a vista che reggono in aria le scatole prefabbricate, agganciate con staffe dipinte di rosso come per marcare, in mezzo al grigio della materia grezza, il punto esatto in cui la struttura decide di sollevarsi da terra.

Struttura in cemento a vista della Casa Sperimentale con staffe rosse e moduli sospesi, Fregene
Foto: © Roberto Conte, 2018

La casa non poggia sul suolo, vi si aggrappa: sospesa nella pineta, imita la logica di un albero che cresce per accumulo, ramo dopo ramo, senza un disegno finale scritto in anticipo. Anche il nome che le hanno dato nel tempo, casa infinita, casa irrealizzabile, dice la stessa cosa: un’architettura pensata per non finire mai, per restare sempre un cantiere di sé stessa.

Nel lotto, accanto al corpo principale, i Perugini aggiunsero altri due esperimenti minori: la Palla, una minicasa sferica di cemento pensata come rifugio quasi embrionale, e i Cubetti, moduli abitativi indipendenti disposti tra gli alberi. Ogni elemento affrontava un problema diverso — la prefabbricazione, la struttura rotante, la scala minima dell’abitare — e insieme componevano un piccolo trattato costruito, più vicino a un manifesto dell’organicismo italiano che a una residenza in senso tradizionale.

La Palla, in particolare, mi ha sempre colpito per la sua radicalità silenziosa: una sfera appoggiata sotto una quercia, senza angoli, senza gerarchie tra le pareti, come se l’idea di casa potesse essere ridotta al suo nucleo più elementare, un guscio che protegge e basta.

La Palla, minicasa sferica in cemento nel giardino della Casa Sperimentale a Fregene
Foto: Dom French + Andy Tye, 2018 — documentazione per Iconic Houses / The Bartlett School of Architecture

Colpisce il contrasto con il corpo principale, tutto spigoli e telai ortogonali, contro la rotondità quasi organica di questo piccolo rifugio: due modi opposti di pensare lo stesso problema, tenuti insieme dalla stessa famiglia, nello stesso giardino.

Poi, come spesso accade alle utopie costruite, la casa è rimasta sola. Disabitata dal 1995, esposta per anni all’incuria e ai vandalismi, la Casa Sperimentale è diventata un caso studio dell’abbandono prima ancora che del progetto: le fotografie che la ritraggono negli anni duemiladieci mostrano un guscio di cemento invaso dalle scritte, i vetri rotti, la vegetazione che si riprende quello che le era stato tolto.

Struttura in cemento a vista della Casa Sperimentale vista tra i pilastri, con vegetazione ripresasi sugli spazi abbandonati
Foto: Dom French + Andy Tye, 2018 — documentazione per Iconic Houses / The Bartlett School of Architecture

Eppure, guardando quelle immagini, è difficile non notare quanto la rovina somigli, per certi versi, al progetto originario: una struttura pensata per crescere senza fine, lasciata crescere nell’unico modo che la natura conosce, quello della decomposizione. La Casa Sperimentale rudere resta, in fondo, coerente con l’idea che l’ha generata.

Mi capita spesso, lavorando a Napoli, di misurarmi con edifici che hanno attraversato lo stesso destino: costruzioni pensate con ambizione, abbandonate per decenni, restituite a un uso — quando va bene — solo dopo che la materia ha già raccontato la sua parte della storia. Nel Mediterraneo il tempo lavora sulla pietra e sul cemento con una pazienza che altrove non esiste, e il compito di chi interviene dopo non è quasi mai cancellare quel tempo, ma imparare a leggerlo, lasciarne qualcosa in vista. La differenza tra un restauro che restituisce un edificio alla vita e uno che lo imbalsama sta tutta in questa capacità di ascolto, nell’accettare che la materia porti addosso i segni di ciò che ha attraversato.

Interno della Casa Sperimentale con scala a chiocciola rossa, stato di abbandono
Foto: Dom French + Andy Tye, 2018 — documentazione per Iconic Houses / The Bartlett School of Architecture

Oggi la Casa Sperimentale è di nuovo, in parte, visitabile: dopo un primo intervento di messa in sicurezza, le aperture guidate — spesso con Raynaldo Perugini stesso come accompagnatore, nell’ambito di Open House Roma — permettono di attraversare quello che per trent’anni è stato un luogo interdetto. Non è un restauro filologico, ed è giusto che non lo sia: la casa infinita non può essere restituita a un’immagine originaria che, per definizione, non è mai esistita.

Resta una domanda che mi accompagna ogni volta che ripenso a questo progetto, ed è forse la stessa che si sono posti i Perugini quando hanno smesso di aggiungere pezzi alla loro casa tra i pini: quando un’architettura pensata per non finire mai smette davvero di essere un progetto, e diventa soltanto — con tutta la dignità che la parola merita — un rudere? O forse è proprio nel non saperlo che consiste, ancora oggi, la sua utopia.

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