C’è un istante, in una sala buia, in cui centinaia di ugelli spruzzano una tenda d’acqua sottilissima e un cerchio di faretti la attraversa: chi guarda da un certo punto vede comparire un arco di colore pieno, saturo, quasi solido, e chi sta un passo più in là non vede nulla, solo pulviscolo che cade nel buio. È Rainbow assembly, l’opera che Olafur Eliasson ha presentato nel 2016 al Leeum, il Samsung Museum of Art di Seoul, dentro la mostra The parliament of possibilities: un anello di nebbia e luce che restituisce l’arcobaleno soltanto a chi si sposta fino a trovare l’angolo esatto, e che si spegne, per quello stesso spettatore, non appena chiude gli occhi o fa un passo di troppo.
Due anni dopo l’opera è stata riallestita a Pechino, al Red Brick Art Museum, nella grande personale The unspeakable openness of things: nei materiali in cinese del museo il titolo diventa 聚合彩虹, che tradotto alla lettera suona come “arcobaleno aggregato” o “arcobaleno assemblato”. È un dettaglio filologico minore, ma non insignificante: la parola inglese assembly e quella cinese 聚合 dicono, da lingue lontanissime, la stessa cosa — che il colore che vediamo non è mai dato una volta per tutte, ma sempre messo insieme, aggregato appunto, da un atto congiunto di acqua, luce e occhio che si allineano per un momento e poi si disallineano per sempre.

Mi ha sempre colpito che l’arcobaleno, il fenomeno naturale più universalmente riconoscibile, sia anche il più radicalmente soggettivo: non esiste un arcobaleno, ne esiste uno per ogni osservatore, perché l’angolo di quarantadue gradi tra il sole alle spalle e le gocce davanti a noi è diverso per ciascun paio di occhi. Seneca lo sapeva già, quando nelle Naturales quaestiones si interrogava sulla natura di quella immagine che si forma nelle nuvole senza avere sostanza propria, e Plutarco, nei suoi scritti morali, tornava sulla stessa domanda: se il colore stia nella nube o nello sguardo. Bisognerà arrivare a Cartesio, nei Meteore del 1637, perché la geometria delle gocce e della rifrazione venga finalmente calcolata, e a Newton, che con il prisma dimostra come la luce bianca contenga già, scomposta, ogni colore dell’arco. È una vittoria della ragione ottica che dura un secolo, finché Goethe, nella sua Farbenlehre, non rivendica per il colore un diritto tutto fenomenologico, legato all’occhio che percepisce e non solo al raggio che si piega. Turner passerà una vita a dipingere quella stessa luce che si sfalda in pulviscolo cromatico, e più di un secolo dopo, sulla costa della California, gli artisti del movimento Light and Space faranno della luce stessa, e non più della sua rappresentazione, il materiale di un’opera. Eliasson arriva a valle di questa storia lunghissima, ma la sposta di un grado decisivo: non dipinge l’arcobaleno, non lo racconta, lo costruisce come si costruisce un edificio, con un impianto idraulico, un progetto illuminotecnico, un calcolo degli angoli di incidenza.

La genealogia interna alla sua opera è altrettanto chiara. Comincia nel 1993, in un garage di Copenaghen, con Beauty: un ugello, un fascio di luce, una tenda di nebbia in cui l’arcobaleno appare e scompare secondo la posizione di chi guarda, prima formulazione dell’idea che lo spettatore sia coautore necessario dell’opera.

Dieci anni dopo, nella Turbine Hall della Tate Modern, The Weather Project moltiplica quel principio su scala monumentale: un semicerchio di lampade monocromatiche, raddoppiato da un soffitto interamente specchiato, genera l’illusione di un sole al tramonto dentro un capannone industriale, mentre la nebbia diffusa nell’aria rende visibile, letteralmente, l’atmosfera che si respira.

Nel 2011, ad Aarhus, Your rainbow panorama porta il gesto fuori dalla sala buia e lo trasforma in architettura permanente: una passerella circolare di centocinquanta metri, vetrata in tutti i colori dello spettro, che corre sul tetto del museo ARoS e restituisce la città, vista da dentro, filtrata di volta in volta da un colore diverso.

Rainbow assembly, nel 2016, torna a raccogliere tutto questo dentro una stanza sola, riducendo l’arcobaleno alla sua condizione più essenziale: un fenomeno che esiste solo nell’istante in cui qualcuno lo guarda da dove serve guardarlo.
Da architetto, questa insistenza mi tocca da vicino, perché mi ricorda quanto raramente pensiamo alla luce come materiale da costruzione a pieno titolo, con una sua massa, un suo peso, una sua durata — invece la trattiamo come un accessorio che si aggiunge dopo, quando i muri sono già decisi. Eliasson lavora al contrario: progetta prima l’evento luminoso, poi trova l’involucro che lo rende possibile, che sia una stanza, una nebbia o un tetto vetrato. È un rovesciamento che avrei bisogno di praticare più spesso, invece di limitarmi a bucare le pareti per farla entrare. E mi chiedo se non sia proprio l’effimero, la cosa che dura un istante e poi si dissolve, la misura più onesta che abbiamo per giudicare uno spazio: non quanto resiste nel tempo, ma quanto intensamente sa comparire, per chi si trova, per un attimo, nel punto esatto in cui deve stare.



