Un volante di metallo, lo stesso gesto che si compie per governare una barca o serrare una chiusa, spunta contro una parete di vetro nel salotto di questa casa tra le colline di Sun Valley: non assomiglia a nulla ci si aspetterebbe di trovare lì dentro. Non è un soprammobile, non è un pezzo di modernariato riadattato a scultura: è la maniglia con cui, letteralmente, si apre il tetto sopra la stanza della musica, lasciando entrare il cielo dell’Idaho fin dentro il divano.
Sky View Residence è il nome che Olson Kundig ha dato a questa casa completata quest’anno a Sun Valley, tra pioppi e salici che crescono lungo un vallone secco, con le colline brulle che salgono subito dietro senza un albero a interromperle. La struttura — cemento a vista, acciaio, grandi superfici di vetro — è sollevata da terra su un basamento minerale, come se non volesse posare il suo peso sull’erba, e si apre su tutti i lati a un panorama che gira a trecentosessanta gradi: valle da una parte, montagna dall’altra, e in mezzo la casa come un ponte di osservazione più che come un rifugio chiuso. È un’architettura che dichiara fin dal primo sguardo la propria natura di osservatorio, prima ancora che si arrivi a scoprire il suo congegno più sorprendente.


Ma è al piano superiore che il progetto trova la sua ragione, o almeno la ragione che mi ha fatto fermare su questa scheda più a lungo del previsto. La stanza della musica ha un tetto che si ritrae, azionato a mano da quel volante metallico fissato accanto ai serramenti: si gira, e una porzione del soffitto — la vera “quinta parete” di ogni stanza, quella a cui più raramente pensiamo come superficie di progetto — scorre di lato e lascia la stanza scoperta, come la torretta di una torre di avvistamento. Non è un lucernario motorizzato che si apre premendo un tasto invisibile: è un meccanismo che si vede, si tocca, richiede un gesto fisico e un minimo di fatica. Il congegno non si nasconde dietro un pannello: è arredo, è la cosa più vicina a un’opera d’arte che la stanza contenga.

Chi conosce anche superficialmente il lavoro di Tom Kundig sa che questa non è un’invenzione isolata: da anni lo studio di Seattle costruisce case che integrano contrappesi, argani, cardini sovradimensionati, pareti scorrevoli mosse da meccanismi da nave o da miniera, in una sorta di lessico personale che qualcuno ha chiamato — un po’ per gioco, un po’ sul serio — “gizmology”. Quello che mi interessa non è la trovata in sé, che da sola rischierebbe di scadere in gadget, ma la scelta di trattare la tecnica non come un problema da risolvere e occultare, bensì come materiale espressivo a pieno titolo. Il volante non finge di essere altro. Dice esattamente cosa fa, e lo fa in bella vista.

Qui però devo essere onesto, come cerco sempre di esserlo quando una casa mi conquista senza somigliare a quelle che amo di più. I materiali di Sky View Residence — il cemento a cassero, l’acciaio corten, il vetro a tutta altezza — non sono il mio linguaggio: sono materiali freddi, anche quando li scaldano, come qui, boiserie di legno chiaro nella lounge e qualche superficie di pietra vulcanica usata come contrappunto tattile. Sun Valley non è un cantiere trasferibile a Napoli, né climaticamente né culturalmente: il freddo che quei materiali sanno restituire d’inverno è parte del progetto, laggiù, mentre da noi lo stesso vocabolario diventerebbe presto un errore climatico oltre che linguistico. Sarebbe disonesto far finta che l’intera casa mi convinca. Ma il gesto tecnico — l’atto del volante, la stanza che si apre come un osservatorio stellare — tiene da solo, indipendentemente dal rivestimento che lo racconta. È una lezione più che un modello: si può non amare i materiali di un’opera e continuare a pensarci per settimane per via di come viene trattato un unico dettaglio.

Mi viene da pensare, guardando quella ruota di metallo contro il vetro, alle persiane pesanti di certe case ottocentesche napoletane, ai loro cardini a vista, ai fermi in ferro battuto che nessuno ha mai pensato di nascondere dietro un cassonetto. Anche lì la tecnica — il modo in cui una superficie si apre, si regola, dialoga con la luce e con il caldo — è sempre stata dichiarata, esibita quasi, parte del disegno della facciata tanto quanto lo stucco o il bugnato. Il Mediterraneo ha una sua gizmology, più povera di argani e meno spettacolare, fatta di ganci, catenelle, aste di ottone per regolare gli scuri: strumenti manuali, visibili, che chiedono un corpo che li azioni. Forse è per questo che un volante su una parete di vetro in Idaho parla, sia pure di sbieco, anche a chi progetta sotto un cielo completamente diverso.

Resta la domanda che questa scheda porta con sé fin dal titolo, e che non ho intenzione di sciogliere qui: quanto un gesto tecnico dichiarato può reggere da solo un intero progetto, quando il resto del vocabolario materico non è quello che si sceglierebbe? E se la risposta fosse che non deve reggerlo da solo — che basta reggere se stesso, in quella singola stanza, in quel singolo giro di volante — cosa cambierebbe nel modo in cui giudichiamo un’architettura nel suo complesso, invece che dettaglio per dettaglio? Continuo a non saperlo con certezza, e forse è proprio questa la parte del mestiere che vale la pena non risolvere troppo in fretta.



