Studio di architettura · Napoli · dal 1999
← Rassegna

Edgar Morin e l’arte di tenere insieme: il pensiero complesso entra in cantiere

Cosa insegna Il metodo di Edgar Morin a chi progetta: distinguere senza separare, collegare senza confondere. Riflessione sul pensiero complesso e l’abitare.

Edgar Morin e l’arte di tenere insieme: il pensiero complesso entra in cantiere

C’è una parola che porto in cantiere senza dirla a nessuno: complexus. In latino significa “ciò che è tessuto insieme”, e ogni volta che apro un rilievo di una casa del centro storico mi sembra la definizione più onesta di quello che ho davanti. Un muro non è mai solo un muro. È la traccia di una sopraelevazione ottocentesca, è l’umidità che sale dal tufo, è la statica che dialoga con la stanza accanto, è la luce che quella parete decide di lasciar passare o di trattenere. Separare questi piani per studiarli uno alla volta è comodo, a volte necessario. Ma il rischio è di finire con tante risposte esatte e nessuna comprensione dell’insieme.

Questa intuizione, che noi progettisti viviamo come un’esperienza quotidiana, un filosofo l’ha trasformata in un’opera di trent’anni. Edgar Morin, scomparso a Parigi nel maggio scorso a centoquattro anni, ha dedicato la sua vita a un cantiere intellettuale chiamato Il metodo: sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004, in cui ha fondato quello che chiamava il “pensiero complesso”. Non un sistema chiuso, non una formula. Un modo di pensare che, contro l’abitudine occidentale a smontare il reale nei suoi pezzi, prova a rimetterli in relazione.

Morin non era un uomo da torre d’avorio. Nato Edgar Nahoum da una famiglia ebraica sefardita, aveva perso la madre a dieci anni — un lutto che descriveva come “una sorta di Hiroshima interiore” — e aveva attraversato la Resistenza, da cui prese il nome con cui lo conosciamo. Sociologo del cinema e della cultura di massa, fu un soggiorno in California alla fine degli anni Sessanta, a contatto con la biologia e la cibernetica, a fargli intuire che le scienze più diverse stavano scoprendo le stesse cose senza parlarsi. Da lì nacque l’ossessione di una vita: costruire un metodo capace di collegare i saperi invece di frammentarli.

La diagnosi di Morin è spietata e mi riguarda da vicino. Il pensiero moderno, dice, si è costruito su un “paradigma di semplificazione”: disgiungere ciò che è unito, ridurre il complesso al semplice, isolare l’oggetto dal suo contesto. Ha funzionato benissimo — è la stessa logica che ci permette di calcolare una trave o dimensionare un impianto. Ma quando diventa l’unico modo di guardare, produce quella che lui chiama “intelligenza cieca”: una competenza altissima sul dettaglio e una totale incapacità di vedere l’insieme. È lo specialista che sa tutto del suo pezzo e ignora che quel pezzo vive dentro una casa, la casa dentro una strada, la strada dentro una città che ha una luce, un clima, una storia.

Il pensiero complesso non è il contrario della precisione. Morin lo ripeteva: la complessità “è una parola-problema, non una parola-soluzione”. Non si tratta di rinunciare al rigore per abbracciare il vago. Si tratta di tenere insieme due gesti che di solito separiamo: distinguere senza separare, collegare senza confondere. Riconoscere che il muro è muro, statica, umidità e luce — e che proprio per questo va pensato tutto insieme. Quando progetto una ristrutturazione, la tentazione è affidare la struttura all’ingegnere, l’impianto al termotecnico, la luce al lighting, e poi cucire i risultati. Ma la casa non è la somma di quelle perizie. È quello che emerge quando dialogano, ed è quasi sempre qualcosa di più — e a volte di meno — della loro semplice addizione.

Qui Morin mi ha dato un nome per un’esperienza che avevo senza saperla dire. Lui parla di unitas multiplex: un’unità che è insieme molteplice. Il tutto è più della somma delle parti, perché fa nascere qualità che le parti da sole non avevano — l’abitabilità, l’atmosfera, quella cosa difficile da misurare per cui una stanza “funziona”. Ma il tutto è anche meno della somma, perché organizzare significa rinunciare: ogni scelta progettuale spegne alcune possibilità per accenderne altre. Aprire una parete regala continuità e toglie raccoglimento. Non esiste decisione che non sia, allo stesso tempo, una perdita.

Dei tre principi su cui Morin costruisce il suo metodo, ce n’è uno che mi accompagna in ogni sopralluogo: il principio ologrammatico. In un ologramma, ogni frammento contiene quasi tutta l’informazione dell’intero. Così, dice Morin citando Pascal, non posso concepire il tutto senza le parti né le parti senza il tutto. È esattamente il modo in cui leggo una casa: da un dettaglio di cornice, da un’altezza di soglia, da come è fatto un infisso, risale tutta la logica dell’edificio. E viceversa, nessun dettaglio si capisce davvero se non so dove sta. Gli altri due principi — il dialogico, che tiene insieme termini opposti come ordine e disordine; il ricorsivo, per cui ciò che produciamo a sua volta ci produce — descrivono bene anche il rapporto tra chi abita e lo spazio: facciamo le nostre case, e poi le nostre case fanno noi.

Sarei disonesto se vi consegnassi Morin come un santino. Il metodo è un’opera deliberatamente non sistematica, a spirale, che torna sugli stessi concetti da angoli diversi: chi cerca definizioni nette e dimostrazioni lineari ne esce frustrato. I critici più rigorosi gli rimproverano proprio questo — una concettualità a volte vaga, l’uso metaforico di nozioni prese in prestito dalla fisica e dalla biologia, l’assenza di una misura della complessità. C’è perfino chi ha parlato della “pensée complexe” come di un’ideologia che assorbe ogni obiezione e se ne rafforza. Sono critiche serie, e tenerle accanto all’opera fa parte del gioco. Ma a me, che non leggo Morin per costruire una scienza esatta dell’abitare, resta il dono più prezioso: un permesso. Il permesso di non vergognarmi quando un progetto si rifiuta di stare dentro le caselle.

Perché Napoli, in fondo, è la città più moriniana che conosca. Stratificata, contraddittoria, dove il greco convive col barocco e il barocco con l’abusivismo, dove l’ordine nasce di continuo dal disordine e nessun piano regolatore ha mai avuto l’ultima parola. Progettare qui significa rinunciare all’illusione del controllo totale e imparare a lavorare con ciò che è tessuto insieme — accettando che ogni intervento manderà increspature in direzioni che non avevo previsto. Morin chiamava questa consapevolezza “ecologia dell’azione”: una volta lanciata, l’azione sfugge alle intenzioni di chi l’ha compiuta.

Mi chiedo allora se non sia questo, più di ogni software o di ogni norma, lo strumento che manca alla nostra formazione di progettisti: non un metodo per semplificare, ma un metodo per stare dentro la complessità senza esserne paralizzati. Forse la testa “ben fatta” di cui parlava Morin, riprendendo Montaigne, vale più della testa “ben piena”. Ma come si insegna a un giovane architetto a vedere il tutto e la parte nello stesso sguardo, senza ridurre l’uno all’altro? Continuo a non avere la risposta. Sospetto che non averla sia, esattamente, il punto.

Newsletter

La Rassegna, ogni settimana nella tua casella.

Una mail con gli ultimi articoli: architettura, design, materiali, cultura del progetto. Niente pubblicità, disiscrizione in un clic.

Hai un progetto?

Parliamo del tuo spazio.

Sopralluogo gratuito, preventivo trasparente, tempi certi.

Scrivici su WhatsApp Guarda i progetti