C’è una fotografia, sul sito di Emma Cogné, che inquadra una torre del World Trade Center di Bruxelles ridotta a scheletro di cemento, i solai nudi, le vetrate smontate: e in mezzo a quello scheletro, tesa fra due piani, pende una tenda a scacchi gialli e blu, fatta di tubi da elettricista annodati a mano. È un’immagine che si lascia guardare a lungo prima di essere spiegata, perché contiene un cortocircuito, l’edificio che sta per essere demolito e l’oggetto domestico, leggero, quasi allegro, che lo attraversa, e in quel cortocircuito, credo, sta tutto il lavoro di questa designer tessile che lavora a Bruxelles, negli atelier di Zaventem, e che da qualche tempo seguo con un’attenzione insieme professionale e un po’ invidiosa.
Il progetto si chiama Turborama, ed è la punta più visibile di una ricerca più ampia che Cogné porta avanti dal 2018 sotto il nome di Système T. Il materiale di partenza è la guaina ICTA, il tubo corrugato di polipropilene che ogni elettricista conosce e che serve a proteggere i cavi dentro i muri, sotto i pavimenti, nei controsoffitti: un materiale economico, resistente, riciclabile, e soprattutto invisibile per definizione, pensato per sparire dietro l’intonaco. Cogné lo recupera dai cantieri di Bruxelles, lo scompone in segmenti, e lo ricompone a mano con una tecnica di tessitura a perline, le stesse perline giganti, verrebbe da dire, di una collana ingrandita fino a diventare architettura. Il gesto è lento, artigianale, senza macchine: un modo, scrive lei stessa, di restare sul presente per riorganizzarlo invece di accumulare altro.

Quello che mi ha colpito, studiando le sue pagine, non è tanto la trovata del materiale povero, che pure c’è ed è bella, quanto l’apparato teorico che Cogné rivendica esplicitamente per il proprio lavoro, e che raramente un designer si concede con questa chiarezza. Cita Gottfried Semper, e la sua idea che l’architettura sia nata dal tessuto prima che dal muro di mattoni: il tramezzo, lo storea latino, la stuoia di giunco che copriva pavimenti e pareti prima che esistesse la muratura vera e propria. Cita Yona Friedman e le sue utopie di città spaziali, di strutture mobili che l’abitante compone da sé. Cita Ivan Illich e la distinzione, per niente ovvia, fra essere alloggiati e abitare, being housed e living in, la differenza fra ricevere uno spazio e costruirselo. E cita, per nominare lo spazio dentro i muri in cui il suo materiale prolifera, gli Undercommons di Harney e Moten: quel sottosuolo comune, quell’interstizio fra terra e cemento, fra sabbia e catrame, che non appartiene a nessuno e che proprio per questo può ancora essere immaginato diversamente.
È una genealogia insolita per una tenda, ma è precisa, e la trovo convincente perché non resta dichiarazione d’intenti: si traduce in una scelta di scala. Turborama nasce come oggetto minuto, la perlina, il gioiello, e viene proiettato fino a diventare parete, schermo, paravento che filtra la luce fra interno ed esterno. È lo stesso spostamento che Semper descriveva per il tessuto arcaico, ed è lo stesso spostamento che attraversiamo continuamente in uno studio di architettura senza quasi accorgercene: la superficie che separa due ambienti non è mai neutra, porta sempre dentro di sé una storia di materiali che altrove sarebbero stati scarto.

Le opere della serie hanno nomi progressivi e schede quasi tecniche, come fossero prototipi industriali invece che pezzi unici: Turborama No. 1, guaina ICTA da venticinque millimetri e corda intrecciata senz’anima; Turborama No. 6, guaina da sedici millimetri e poliestere riciclato, duecentosettantacinque per duecentocinquanta centimetri; Turborama with a View, dove ai tubi si aggiungono elastan, cemento e moschettoni per tendere il tessuto contro una finestra vera, aperta su un panorama vero. Anche questa scelta di scrivere le proprie tende come si scrivono le schede di un solaio in cemento armato mi pare un gesto teorico prima che grafico: chiede di essere letta come architettura, non come artigianato decorativo.

Penso al nostro cantiere, a Napoli, dove le guaine elettriche corrugate finiscono negli stessi sacchi di macerie di intonaco e cartongesso, indistinguibili, destinate alla stessa discarica. Nessuno le guarda come tessuto, perché nessuno le guarda affatto: sono la parte del cantiere che deve sparire perché l’architettura possa apparire finita, senza tracce del proprio farsi. Cogné fa il contrario, porta il retro in facciata, mostra la guaina come si mostrerebbe una trama pregiata, e in questo scambio di ruoli c’è una domanda che riguarda direttamente il nostro mestiere: quanto della pelle di un edificio, dell’intonaco, del cartongesso, della controparete, potrebbe essere pensato come tessuto da annodare e riparare, invece che come rivestimento da applicare e sostituire quando si rovina.

Non ho una risposta pronta, e sospetto che non debba averla subito. Mi limito a tenere sul tavolo, accanto ai campioni di materiali che continuiamo ad accumulare in studio, l’immagine di quella tenda gialla e blu tesa dentro una torre che sta per cadere, e a chiedermi se il prossimo scarto che scarteremo da un cantiere non stia già aspettando, come le guaine di Cogné, di essere riletto come principio costruttivo invece che come rifiuto.



