Una piccola turbina coreana a forma di icosaedro riapre una questione vecchia di vent’anni: cosa succede all’immagine della città quando i tetti smettono di nascondere l’energia e cominciano a mostrarla.

Una geometria, non una macchina
GeoWind è una startup di Seul fondata dal fisico Young June Jeon, con la produzione affidata a SM Tech, Busan. Il suo prodotto è una turbina ad asse verticale che non somiglia a una turbina: è un icosaedro, venti facce triangolari, una gabbia geodetica che gira su se stessa. L’intuizione viene dalle cupole di Fuller, una forma che si comporta allo stesso modo da qualunque direzione arrivi la spinta, e da lì nasce la caratteristica che conta di più in città: l’omnidirezionalità. Il vento urbano non ha una direzione, ha turbolenza; una macchina che deve orientarsi in quella condizione perde più di quanto guadagna.
I modelli dichiarati sono tre: GW600 (spigolo 1,2 m), GW1200 (2,4 m, pensato per i rooftop urbani) e GW1800 (3,5 m). L’avviamento è intorno ai 4 m/s per i modelli minori, la rumorosità sotto i 45 dB, l’installazione senza scavi né opere strutturali. Ogni unità porta con sé sensori di temperatura, umidità e qualità dell’aria: ogni turbina è anche una micro-stazione meteo. Nel 2026 il progetto ha ottenuto un CES Innovation Award e un iF Design Award, dove viene descritto, nei materiali della candidatura, come una “scultura energetica”. C’è anche una versione open source, autocostruibile con materiali locali: cantieri fai-da-te sono già partiti in oltre trenta paesi.

Il precedente ingombrante
L’idea di mettere turbine sugli edifici non è nuova ed è invecchiata male. Il Bahrain World Trade Center di Atkins (2008) sospende tre turbine da 225 kW e 29 metri di diametro tra due torri a vela sagomate apposta per incanalare il vento: undici-quindici per cento del fabbisogno, e soprattutto un’immagine potentissima, forse la più citata architettura energetica del decennio. Ma la controprova sta a Londra: la Strata SE1 di BFLS (2010) monta tre turbine da 19 kW in sommità, previste per l’8% dei consumi, e le ha di fatto tenute ferme quasi sempre, tra vibrazioni trasmesse alla struttura, rumore ai piani alti e reclami dei residenti. Un edificio che ha vinto premi e insulti, e a cui è rimasta addosso l’accusa di greenwashing.

La lezione è precisa: quando la macchina energetica diventa struttura, l’edificio è ostaggio del suo funzionamento.
Se non gira, mente. Un edificio che promette energia e resta fermo non è un edificio sostenibile: è un manifesto sbagliato.
La scala piccola cambia i termini del problema. Un oggetto da due metri e mezzo appoggiato su un tetto non è una promessa architettonica: è un pezzo di attrezzatura, si sostituisce, si sposta, si moltiplica. Fallisce senza travolgere l’edificio.
Il quinto prospetto si mette a girare
Qui comincia la parte interessante, che non è tecnica ma iconografica. Il tetto è da sempre lo spazio in cui la città nasconde ciò di cui si vergogna: canne fumarie, torrini, motocondensanti, serbatoi, antenne. È il piano che nessuno progetta e che nessuno guarda, se non dall’aereo o dai droni, cioè esattamente da dove oggi la città viene fotografata di più.
Immaginare una città con i tetti animati da sistemi di produzione dell’energia significa immaginare una skyline che si muove. Non i profili fissi delle cupole e delle torri, ma un piano orizzontale in movimento lento e differenziato, che cambia con il meteo e racconta a chi guarda in che condizione atmosferica si trova la città. Sarebbe la prima volta che l’architettura urbana ha una componente cinetica non decorativa ma funzionale, e su vasta scala.
Non sarebbe nemmeno una novità assoluta, a ben vedere: le città preindustriali avevano i mulini, l’Olanda ha costruito un’intera identità paesaggistica su quelle pale; l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta ha avuto la sua stagione di selva di antenne televisive sui tetti, un paesaggio tecnico spontaneo che i fotografi hanno amato e che oggi ci sembra retrospettivamente bellissimo. Il metabolismo tecnico delle città è già stato visibile, poi lo abbiamo rimosso.
Verso un’estetica dell’energia
C’è una ricerca che si muove esattamente in questa direzione. Marjan van Aubel ha costruito una pratica intera, il solar design, sull’idea che il fotovoltaico debba smettere di essere un pannello nero rettangolare e diventare colore, superficie, oggetto desiderabile. Il Powerhouse Brattørkaia di Snøhetta a Trondheim (2019) inclina l’intera copertura come un piano solare e ne fa il gesto formale dell’edificio: il tetto non ospita l’impianto, il tetto è l’impianto. New World Wind produce alberi eolici con foglie-turbina, oggetti che nascono già come arredo urbano e non come macchina mascherata. Vortex Bladeless elimina del tutto le pale e propone steli che oscillano.

Sono linguaggi diversi che convergono su un punto: l’energia rinnovabile in città non ha ancora un vocabolario formale condiviso, e chi lo scriverà per primo definirà l’immagine urbana dei prossimi trent’anni. È una partita di design, non solo di ingegneria.
Il nodo italiano
Da noi il discorso si complica, e vale la pena dirlo. I nostri tetti non sono superfici neutre: sono coppi, falde, quinte di centri storici tutelati, e ogni oggetto che spunta sopra la linea di gronda passa da un vincolo paesaggistico e, prima ancora, da un’assemblea condominiale. Chi progetta qui sa che la vera domanda non è “quanto produce” ma “cosa si vede dalla strada” e “chi paga la manutenzione della parte comune”.
Proprio per questo l’argomento è più interessante che altrove. Un oggetto piccolo, silenzioso, riconoscibile e possibilmente bello ha molte più probabilità di attraversare una conferenza di servizi rispetto a un traliccio. La forma non è un accessorio del progetto energetico: in Italia è la condizione di possibilità del progetto energetico.
Se davvero i tetti si animeranno, non sarà per la potenza installata. Sarà perché qualcuno avrà disegnato oggetti che vale la pena guardare.
Scheda progetto
Progetto: GeoWind, turbina eolica ad asse verticale a forma di icosaedro
Ideazione: Young June Jeon, fisico, fondatore di GeoWind (Seul)
Produzione: SM Tech, Busan
Modelli: GW600 (spigolo 1,2 m), GW1200 (2,4 m, per i rooftop urbani), GW1800 (3,5 m)
Prestazioni dichiarate: avviamento intorno ai 4 m/s, rumorosità sotto i 45 dB, sensori ambientali integrati
Riconoscimenti: CES Innovation Award 2026, iF Design Award 2026
Riferimenti citati: Bahrain World Trade Center, Atkins, 2008 · Strata SE1, BFLS, Londra, 2010 · Powerhouse Brattørkaia, Snøhetta, Trondheim, 2019
Fotografie: © GeoWind; © Will Pryce, via ArchDaily; © Ivar Kvaal / Snøhetta



