Ho visto per la prima volta una stanza di Kusama su un catalogo che girava in studio. Era una di quelle immagini che non si dimenticano: sfere morbide a pois rossi su fondo bianco, moltiplicate all'infinito da specchi che non lasciavano scampo. Phalli's Field, 1965. Ho pensato subito a uno spazio. Non a un'opera d'arte — a uno spazio abitabile, con le sue regole, la sua logica interna, la sua capacità di alterare la percezione di chi ci entra.
Yayoi Kusama è un'artista giapponese nata nel 1929 a Matsumoto. Sin dall'infanzia ha vissuto visioni: punti, reti, motivi ripetitivi che invadevano ogni superficie, si estendevano al corpo, al mondo circostante, all'universo intero. Invece di sopprimerle, le ha trasformate in metodo. Il punto — il pois — diventa la sua unità minima, il mattone con cui costruisce mondi alternativi. Non è un'estetica pop, anche se spesso viene letta così: è un gesto quasi terapeutico, un tentativo di esternalizzare ciò che la mente produce ossessivamente per guadagnarci distanza, per abitarlo invece di esserne abitati.

Le sue Infinity Mirror Rooms ne sono la conseguenza più compiuta. Entri in uno spazio fisicamente limitato — pochi metri quadri, a volte appena abbastanza per girarsi — e immediatamente ogni confine scompare. Gli specchi moltiplicano luci, forme, colori all'infinito. Il corpo si perde nel riflesso. Aftermath of Obliteration of Eternity del 2009 è forse la più emozionante: miriadi di luci sospese su specchi, come lucciole in un universo senza fondo. Dots Obsession — Love Transformed into Dots del 2007 immerge in un rosa violento dove sfere gonfiabili pulsano sulle pareti. Ogni stanza è un universo autonomo, ma tutte convergono verso la stessa idea: l'infinito non è un concetto astratto — è un'esperienza sensoriale concreta, che puoi attraversare.
Da architetto, mi fermo a guardare tutto questo con occhi diversi. Quello che Kusama fa — con specchi, luci, superfici riflettenti — è rimuovere i riferimenti spaziali. Annullare il perimetro. Cancellare la soglia tra dentro e fuori, tra sé e spazio. Lavoro ogni giorno su ristrutturazioni residenziali a Napoli, e una delle domande che ritorna sempre è questa: come si progetta un confine? Non una parete — un confine. Dove finisce lo spazio e dove comincia l'esperienza di chi lo abita? Kusama mi dice che quella linea è più sottile di quanto pensiamo, e che la dissoluzione del perimetro non genera disorientamento: genera libertà.

C'è qualcosa di profondamente mediterraneo in questa ossessione per la ripetizione. A Napoli, certi pavimenti di maiolica, certi soffitti di chiese barocche, certe tappezzerie di palazzi antichi fanno la stessa cosa — il pattern si moltiplica fino a perdere il centro, fino a creare un ritmo che non ha gerarchia. Non so se Kusama abbia mai guardato i mosaici di Monreale o le ceramiche di Vietri. Ma la sensazione è la stessa: un mondo che si espande senza smettere di essere coerente con sé stesso.
Le sue opere più recenti confermano che il linguaggio non è cambiato — solo la scala è cresciuta. A Bouquet of Love I Saw in the Universe del 2021, dove tentacoli neon rosa invadono un intero atrio monumentale, lo dimostra con chiarezza. Il punto si è fatto spazio. L'ossessione si è fatta architettura.
Cosa rimane dell'io quando i suoi margini si dissolvono? Kusama non risponde. Apre una stanza e ti ci mette dentro. Il resto dipende da te.

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