Yayoi Kusama e l’architettura dell’infinito

01 Giugno, 2026
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Ho visto per la prima volta una stanza di Kusama su un catalogo che girava in studio. Era una di quelle immagini che non si dimenticano: sfere morbide a pois rossi su fondo bianco, moltiplicate all'infinito da specchi che non lasciavano scampo. Phalli's Field, 1965. Ho pensato subito a uno spazio. Non a un'opera d'arte — a uno spazio abitabile, con le sue regole, la sua logica interna, la sua capacità di alterare la percezione di chi ci entra.

Yayoi Kusama è un'artista giapponese nata nel 1929 a Matsumoto. Sin dall'infanzia ha vissuto visioni: punti, reti, motivi ripetitivi che invadevano ogni superficie, si estendevano al corpo, al mondo circostante, all'universo intero. Invece di sopprimerle, le ha trasformate in metodo. Il punto — il pois — diventa la sua unità minima, il mattone con cui costruisce mondi alternativi. Non è un'estetica pop, anche se spesso viene letta così: è un gesto quasi terapeutico, un tentativo di esternalizzare ciò che la mente produce ossessivamente per guadagnarci distanza, per abitarlo invece di esserne abitati.

Yayoi Kusama - installazione al Museo Inhotim, Brasile
Yayoi Kusama, installazione al Museo Inhotim, Brasile. Foto: Stephanie Torres (CC BY 2.0)

Le sue Infinity Mirror Rooms ne sono la conseguenza più compiuta. Entri in uno spazio fisicamente limitato — pochi metri quadri, a volte appena abbastanza per girarsi — e immediatamente ogni confine scompare. Gli specchi moltiplicano luci, forme, colori all'infinito. Il corpo si perde nel riflesso. Aftermath of Obliteration of Eternity del 2009 è forse la più emozionante: miriadi di luci sospese su specchi, come lucciole in un universo senza fondo. Dots Obsession — Love Transformed into Dots del 2007 immerge in un rosa violento dove sfere gonfiabili pulsano sulle pareti. Ogni stanza è un universo autonomo, ma tutte convergono verso la stessa idea: l'infinito non è un concetto astratto — è un'esperienza sensoriale concreta, che puoi attraversare.

Da architetto, mi fermo a guardare tutto questo con occhi diversi. Quello che Kusama fa — con specchi, luci, superfici riflettenti — è rimuovere i riferimenti spaziali. Annullare il perimetro. Cancellare la soglia tra dentro e fuori, tra sé e spazio. Lavoro ogni giorno su ristrutturazioni residenziali a Napoli, e una delle domande che ritorna sempre è questa: come si progetta un confine? Non una parete — un confine. Dove finisce lo spazio e dove comincia l'esperienza di chi lo abita? Kusama mi dice che quella linea è più sottile di quanto pensiamo, e che la dissoluzione del perimetro non genera disorientamento: genera libertà.

Yayoi Kusama - Ascension of Polkadots on the Trees, installazione outdoor
Yayoi Kusama, Ascension of Polkadots on the Trees. Foto: Terence Ong (CC BY-SA 3.0)

C'è qualcosa di profondamente mediterraneo in questa ossessione per la ripetizione. A Napoli, certi pavimenti di maiolica, certi soffitti di chiese barocche, certe tappezzerie di palazzi antichi fanno la stessa cosa — il pattern si moltiplica fino a perdere il centro, fino a creare un ritmo che non ha gerarchia. Non so se Kusama abbia mai guardato i mosaici di Monreale o le ceramiche di Vietri. Ma la sensazione è la stessa: un mondo che si espande senza smettere di essere coerente con sé stesso.

Le sue opere più recenti confermano che il linguaggio non è cambiato — solo la scala è cresciuta. A Bouquet of Love I Saw in the Universe del 2021, dove tentacoli neon rosa invadono un intero atrio monumentale, lo dimostra con chiarezza. Il punto si è fatto spazio. L'ossessione si è fatta architettura.

Cosa rimane dell'io quando i suoi margini si dissolvono? Kusama non risponde. Apre una stanza e ti ci mette dentro. Il resto dipende da te.

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