
Ho una certa abitudine a lavorare con il tempo lungo. Un palazzo nel centro storico di Napoli porta in sé secoli di decisioni — qualcuno ha scelto uno spessore di muro, un’altezza di soffitto, una proporzione di finestra — e quelle scelte parlano ancora oggi, condizionano ancora la luce, il calore, il modo in cui ci si muove. L’architettura è, per definizione, una disciplina di permanenza. Si costruisce per un corpo umano che supponiamo stabile: un’altezza media, un campo visivo, un bisogno di calore e luce naturale.
Ray Kurzweil mette in discussione questa supposizione alla radice.
Inventore, informatico, futurologo — oggi Director of Engineering in Google — Kurzweil è la figura più radicale nel pensiero contemporaneo sulla tecnologia. Nel 2005 scrisse The Singularity Is Near, uno dei libri più discussi del decennio. Quest’anno, giugno 2024, ne ha pubblicato il seguito: The Singularity Is Nearer. La tesi è la stessa, più aggiornata e — ammette lui stesso — se possibile ancora più ottimista. Entro il 2029 l’intelligenza artificiale raggiungerà quella umana. Entro il 2045 avverrà la fusione: l’uomo si integrerà con le macchine, non più attraverso uno schermo ma attraverso interfacce neurali dirette. Quello che Kurzweil chiama la Singolarità.

La sua idea chiave è la “legge dei ritorni accelerati”: il progresso tecnologico non è lineare, è esponenziale. Ogni innovazione amplifica la successiva. La curva non sale — impenna. E secondo Kurzweil siamo già sulla parte verticale di quella curva, anche se la maggior parte di noi non riesce ancora a percepirla.
Leggendolo, dal mio studio a Napoli, mi sono fermato più volte. Non per incredulità — molte delle sue previsioni degli anni Novanta si sono già avverate, dall’avvento di internet mobile all’intelligenza artificiale generativa. Mi sono fermato per una domanda più elementare: se il corpo diventa fluido, programmabile, potenzialmente immortale, cosa progetta un architetto?

Lo spazio che costruiamo ha sempre risposto a un corpo fisso. Le dimensioni di una porta, l’altezza di un cornicione, la profondità di una finestra — tutto è tarato su una biologia che si suppone costante. Lavoriamo con la luce sapendo che un certo occhio la percepisce in un certo modo. Lavoriamo con il silenzio sapendo che un certo orecchio ha una certa soglia. Lavoriamo con il calore sapendo che un certo organismo ne ha bisogno in certi limiti. Se quel corpo comincia ad espandersi — con nanobot nel sangue, con connessioni neurali, con una percezione sensoriale aumentata — le regole cambiano.
Kurzweil descrive gli anni Trenta come il decennio in cui i nanorobot nel flusso sanguigno renderanno la medicina completamente personalizzata. Descrive gli anni Quaranta come il momento in cui la coscienza umana si sarà estesa oltre il limite biologico. Prendiamola come ipotesi di lavoro, non come profezia. Anche solo come scenario: cosa rimane dell’architettura in un mondo in cui il corpo non è più il riferimento fisso?

Forse rimane il più importante. Forse proprio quando la tecnologia ci promette di liberarci dai limiti fisici, lo spazio costruito — il muro, la pietra, la luce radente su un intonaco — diventa ancora più necessario come ancoraggio. Come luogo in cui il corpo, qualunque corpo, torna a fare esperienza del peso, della materia, del tempo.
Napoli, in fondo, è già una risposta involontaria a questa domanda. Una città che ha attraversato eruzioni, epidemie, dominazioni, ogni tipo di discontinuità — e che ha trovato nella pietra tufacea, nel vicolo stretto, nel cortile interno una forma di resistenza silenziosa al cambiamento. Non so se Kurzweil abbia mai camminato per Spaccanapoli. Ma mi piacerebbe sapere cosa pensa di quell’ostinazione della materia a durare.



