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Architettura liquida: i pannelli solari che producono acqua dall’aria

Source, Watergen e l’idea di un edificio che genera la propria acqua: dall’efficienza all’autonomia, cosa significa per il progetto.

Architettura liquida: i pannelli solari che producono acqua dall’aria

Mi capita sempre più spesso di pensare che l’acqua sarà il vero lusso di questo secolo. Non il petrolio, non le terre rare: l’acqua, la cosa più semplice e più antica. Per questo mi sono fermato a guardare una tecnologia che, in silenzio, sta crescendo nelle regioni aride del sud della Spagna, in Marocco, in Namibia: pannelli che estraggono acqua potabile dall’aria usando soltanto la luce del sole. Nessun acquedotto, nessun pozzo, nessuna falda da prosciugare. Solo un materiale igroscopico che cattura l’umidità — anche quando l’aria ne contiene appena il dieci o quindici per cento — il calore solare che la condensa, un filtro minerale che la rende bevibile. Un rubinetto, in mezzo al nulla apparente, alimentato dal sole.

Schema di funzionamento di un generatore d'acqua atmosferico
Come funziona un generatore d’acqua atmosferico (etichette in inglese). Illustrazione: Fred the Oyster, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons.

Il principio ha qualcosa di quasi alchemico, eppure è pura fisica. Esiste sempre, nell’aria, una certa quantità di vapore acqueo: lo sentiamo nell’afa estiva, lo vediamo nella rugiada del mattino. Un materiale capace di trattenere quelle molecole — un gel, una resina, in alcuni prototipi avanzati strutture cristalline porose — le accumula durante le ore fresche della notte. Poi arriva il sole: scalda, libera il vapore in un volume chiuso, e quel vapore condensa in gocce che vengono raccolte, filtrate e mineralizzate. Niente di magico, niente di violento: solo un ciclo che imita ciò che l’atmosfera fa da sempre, accelerato e indirizzato dentro una scatola. È la differenza tra subire il clima e collaborare con esso.

I numeri sono modesti, e proprio per questo mi convincono. Un pannello del tipo Source, completamente off-grid, produce tre o cinque litri al giorno: l’acqua di una persona. Due o tre pannelli per una casa, qualche modulo in più per una scuola o un ambulatorio, una manutenzione quasi assente, un cambio di filtri ogni cinque anni. È poco, se pensiamo agli usi industriali o all’irrigazione; è tutto, se pensiamo a un bambino che ha bisogno di bere in un villaggio senza rete idrica. Sul versante opposto c’è Watergen, che con l’elettricità arriva a centinaia di litri al giorno e può servire interi quartieri o le emergenze umanitarie: molto più potente, ma dipendente dalla corrente e dai costi che ne derivano. Due filosofie diverse della stessa idea — fare l’acqua dove serve, quando serve — e la scelta tra le due non è tecnica, è politica e progettuale.

Dispenser Watergen che produce acqua potabile dall'aria
Un’unita Watergen che genera acqua dall’aria. Foto: David Shay, CC BY-SA 4.0 via Wikimedia Commons.

Ciò che mi interessa, da architetto, non è la scheda tecnica. È il fatto che un muro esposto al sole, un tetto, una superficie qualsiasi possano smettere di essere solo involucro e diventare infrastruttura. Per secoli abbiamo separato le cose: l’edificio da una parte, le reti — acqua, energia, fognatura — dall’altra, nascoste sottoterra, gestite da qualcun altro, altrove. È un modello che ha funzionato finché le risorse sembravano infinite e centralizzabili. Ma le reti hanno un costo enorme, sono fragili, escludono chi sta ai margini: dove non arriva il tubo, non arriva la vita. Questi pannelli rovesciano il ragionamento. L’infrastruttura torna a galla, diventa oggetto, prende forma e misura, chiede di essere disegnata. E quando una cosa chiede di essere disegnata, riguarda noi.

Nel mio lavoro quotidiano, tra ville mediterranee e ristrutturazioni nel centro storico di Napoli, la sostenibilità rischia spesso di ridursi a un cappotto termico e a qualche pannello fotovoltaico sul tetto. È poco, ed è anche un po’ ipocrita, quando resta un’etichetta. L’idea che un edificio possa generare la propria acqua, oltre alla propria energia, sposta l’orizzonte: dall’efficienza all’autonomia. Non più una casa che consuma meno, ma una casa che si basta. È una differenza che cambia il modo di pensare il progetto fin dal primo schizzo, perché l’autonomia non si aggiunge alla fine come un accessorio: si disegna dall’inizio, decidendo dove cade il sole, come corre l’aria, dove si raccoglie ciò che il cielo offre. Sono ragionamenti che l’architettura mediterranea, quella vera, ha sempre fatto — le cisterne, i tetti che raccolgono la pioggia, i pozzi di luce — e che abbiamo dimenticato nel giro di due generazioni.

C’è poi una questione di dignità, e qui la tecnologia diventa quasi politica. Dare a una famiglia l’acqua senza dipendere da una rete, da un’autobotte, da una concessione, significa restituire una forma di libertà. In molte parti del mondo l’acqua è potere: chi controlla il tubo controlla le persone. Un pannello che produce acqua sul posto, in silenzio, senza chiedere il permesso a nessuno, spezza quella catena. Non è poco, in un secolo che si annuncia segnato da siccità, migrazioni e conflitti proprio per le risorse idriche. L’architettura, qui, non è più solo questione di forma o di comfort: è una piccola infrastruttura di emancipazione.

Mi piace immaginare che l’architettura del futuro non sarà fatta soltanto di muri e di stanze, ma anche di queste micro-infrastrutture integrate, discrete, capaci di dare autonomia vitale alle persone. Forse il punto non è costruire di più, ma costruire cose che, da sole, sappiano prendersi cura di chi le abita. E allora mi chiedo, ogni volta che disegno una casa: sto progettando un riparo dal mondo, o una possibilità di indipendenza dentro il mondo? Perché un tetto, in fondo, può limitarsi a coprirci — oppure può raccogliere il sole, l’acqua, l’aria, e restituirci un pezzo di libertà.

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