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Luciano Vistosi, o del vetro che impara a essere luce

Da Murano, la lezione di Luciano Vistosi: lo scultore che ha fatto del vetro una forma di luce. Cosa porto, da architetto a Napoli, nel guardare la materia.

Luciano Vistosi, o del vetro che impara a essere luce

C’è un gesto che mi accompagna da quando ho letto la storia di Luciano Vistosi: un uomo davanti alla bocca incandescente di una fornace che, in meno di tre minuti, decide la forma di una massa di vetro prima che la gravità la faccia colare via. Tre minuti. Il tempo di un caffè, il tempo di un pensiero che non puoi rimandare. In quel margine strettissimo fra il fuoco e il raffreddamento si gioca tutta la sua arte, e a me — che lavoro con tempi lunghi, con disegni che maturano per mesi — quella urgenza dice qualcosa di profondo sul mestiere di dare forma alla materia.

Vistosi nasce a Murano nel 1931, in una di quelle famiglie dove il vetro non è un lavoro ma una lingua madre. Cresce dentro la fornace, impara i colori, i suoni, persino gli odori del vetro che cambia stato. È mancino, e questo dettaglio apparentemente minimo lo costringe fin da ragazzo a reinventarsi gli strumenti, a tenere il ferro in modo diverso da tutti gli altri. Mi piace pensare che la sua intera carriera sia nata da lì: dall’obbligo di guardare un gesto antichissimo da un’angolazione che nessuno aveva mai usato.

Per anni Vistosi è soprattutto un imprenditore lucido. Nel 1952 fonda con la famiglia la Vetreria Vistosi e capisce, prima di molti, che il vetro di Murano può smettere di essere souvenir e diventare design. Chiama a progettare le lampade nomi come Magistretti, Sottsass, Zanuso, Aulenti: porta l’isola dentro la modernità senza farle rinnegare la propria storia. È già una lezione che mi riguarda da vicino. Nel mio lavoro a Napoli mi capita spesso di maneggiare materiali e saperi che rischiano di restare cartolina — il cotto, lo stucco, la maiolica — e la domanda è sempre la stessa: come si tiene viva una tradizione senza imbalsamarla? Vistosi risponde mettendola a lavorare con il presente.

Ma la svolta vera arriva quando smette di produrre oggetti utili. Nel 1968, alla sua prima personale veneziana, il pubblico scopre uno scultore. Lui stesso si pone una domanda che ha il candore delle cose rivoluzionarie: perché il vetro non potrebbe diventare, fino in fondo, scultura? Da quel momento lascia l’industria e trasforma i capannoni della vetreria in atelier. Comincia a lavorare il vetro in due modi opposti e complementari. Da una parte il soffiato, modellato con quei gesti rapidi e decisi di cui dicevo, dove la forma nasce assecondando il peso e il calore. Dall’altra la scultura per sottrazione: blocchi grezzi di vetro intagliati come fossero marmo, secondo l’arte del levare che è di Michelangelo prima che di chiunque. Aggiungere e togliere, assecondare e contrastare: due idee opposte di come si fa una forma, tenute insieme dallo stesso materiale.

Scultura in vetro soffiato di Luciano Vistosi
Scultura in vetro soffiato: forme tondeggianti e sinuose, senza spigoli. Opera di Luciano Vistosi · © Archivio Luciano Vistosi, lucianovistosi.com

Quello che mi colpisce, da architetto, è che in Vistosi il vetro non è mai trasparenza decorativa. È un modo di prendere la luce e restituirla cambiata. Le sue sculture sono curve, sinuose, senza spigoli, e cambiano a seconda di come le illumini e di dove ti metti a guardarle. Sono oggetti che non stanno mai fermi davvero, perché è la luce a muoverli. Lavorando in interni mediterranei finisco per pensare la stessa cosa: qui la luce è densa, fisica, quasi un materiale da costruzione, e un ambiente riuscito non è quello pieno di oggetti belli ma quello che sa cosa fare della luce che lo attraversa. Vistosi ha passato la vita a dimostrare che la trasparenza non è assenza: è una sostanza che si può scolpire.

Negli anni Ottanta arriva la parte più visionaria, e per me più toccante. Vistosi inizia a costruire case e grattacieli di vetro alti fino a un metro: le chiama città di cristallo. Non sono modelli di architetture esistenti, sono il sogno di una città più limpida, più leggera, più vivibile. Da lì nasce l’idea di un Ponte dell’Accademia interamente in vetro, una lama di luce gettata sul Canal Grande, che nel 1985 lo porta all’Expo di Tsukuba; e poi il modello di otto metri del Ponte dell’Arsenale, esposto in Giappone nel 2005. Un architetto sa bene quanto sia ingenuo immaginare un ponte di vetro, e proprio per questo trovo quei progetti preziosi: servono a ricordarci che prima del calcolo viene il desiderio, e che senza l’utopia di partenza non costruiremmo nulla che valga la pena.

C’è poi un’opera che mi commuove per come tiene insieme avanguardia e radici. Nel 1994 Vistosi realizza per la Basilica di San Marco una croce in vetro verde laguna, un centinaio di blocchi squadrati su una stele di bronzo, collocata nella cripta sotto l’altare maggiore. Sceglie esattamente il colore dell’acqua che circonda la sua isola e lo porta nel luogo più sacro della città: la materia di Murano che entra in chiesa portando con sé la laguna. È il gesto di chi non separa mai la propria opera dal luogo che lo ha generato, e anche questo mi parla, perché credo che un progetto abbia senso solo quando porta dentro di sé il posto da cui viene.

Croce in vetro verde laguna per la Basilica di San Marco
La Croce in vetro verde laguna per la cripta della Basilica di San Marco, 1994. Opera di Luciano Vistosi · © Archivio Luciano Vistosi, lucianovistosi.com

Uomo schivo, Vistosi continua a soffiare e a scolpire fino alla fine, malato, nel suo atelier davanti alla Basilica di San Donato, dove muore nel 2010. Era anche fotografo — Mulas, Berengo Gardin, Monti e Fontana raccontarono le sue opere, e lui stesso usava la macchina come strumento di studio, a caccia di linee e forme da tradurre poi in vetro. Oggi lo Spazio Vistosi, ricavato negli ambienti storici della fornace di famiglia, custodisce circa cento dei suoi lavori.

Resto con la sua domanda di partenza, perché è la stessa che mi pongo davanti a ogni materiale che mi capita tra le mani: fin dove può spingersi una sostanza antica, se nelle mani giuste? Il vetro, con lui, ha smesso di essere soltanto trasparenza ed è diventato tempo, forma, memoria. Mi chiedo cosa succederebbe se guardassimo così anche le materie più ordinarie dei nostri cantieri — l’intonaco, la pietra, la calce — non come finiture da scegliere a catalogo, ma come possibilità ancora aperte. Forse è questo che porto a casa da Murano: non una tecnica, ma un permesso.

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