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Alexander Langer, l’arte di costruire ponti

A ottant’anni dalla nascita, il lascito di un uomo che ha fatto della convivenza e della “conversione ecologica” un mestiere quotidiano.

Alexander Langer, l’arte di costruire ponti

Ci sono figure che invecchiano bene perché non hanno mai avuto fretta di avere ragione. Alexander Langer, nato a Vipiteno il 22 febbraio 1946 e morto a Firenze il 3 luglio 1995, è una di queste: nel 2026 il suo ottantesimo anniversario ha riportato in circolo parole che sembrano scritte oggi.

Ritratto ufficiale di Alexander Langer eurodeputato
Alexander Langer, ritratto ufficiale da eurodeputato. Credito: © Unione europea — fonte: Parlamento europeo

Figlio di un medico viennese di origine ebraica scampato alle persecuzioni naziste e di una farmacista sudtirolese cattolica, Langer cresce dentro una frontiera: due lingue, due memorie, due appartenenze che negli anni Sessanta in Alto Adige si guardavano in cagnesco. Da studente fonda con altri ragazzi il foglio bilingue Die Brücke — “Il ponte”: il titolo è già un programma di vita.

Vipiteno, il centro storico
Vipiteno, la città natale di Langer. Credito: foto Michielverbeek, CC BY-SA 3.0

Studia legge a Firenze, incontra don Lorenzo Milani (di cui traduce in tedesco Lettera a una professoressa) ed Ernesto Balducci, milita in Lotta Continua, poi torna a casa. Nel 1981, quando il censimento impone a ogni cittadino altoatesino di dichiarare il proprio gruppo etnico, si rifiuta: quella scelta gli costa cara sul piano personale e politico, ma resta uno dei gesti più limpidi della sua biografia. Non si è “di un gruppo”: si è persone.

È tra i fondatori del movimento verde italiano, e nel 1989 viene eletto al Parlamento europeo, dove presiede il gruppo dei Verdi. In quegli anni pratica una politica che chiama, con formula alchemica, solve et coagula: sciogliere ciò che si irrigidisce in setta, coagulare ciò che si è allontanato troppo. Un lavoro di cuciture, poco spendibile in campagna elettorale e per questo tanto più necessario.

Alexander Langer a una riunione del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo
Langer a una riunione del gruppo dei Verdi al Parlamento europeo. Credito: © Unione europea — fonte: Parlamento europeo

Il passaggio più citato arriva dai Colloqui di Dobbiaco del 31 luglio 1994. Langer osserva che l’allarme ambientale suona da un quarto di secolo senza produrre altro che “provvedimenti frammentari e settoriali”, e sposta la domanda: come può risultare desiderabile una civiltà ecologicamente sostenibile? La sua risposta è un rovesciamento del motto olimpico citius, altius, fortius.

Più lento, più profondo, più dolce.

Per chi si occupa di case, di città e di oggetti, è una frase operativa più che poetica. Significa preferire il progetto che dura a quello che stupisce; misurare il benessere in comfort reale e non in metri quadri; considerare la manutenzione, il riuso, la luce e il silenzio come materiali di progetto. La sostenibilità, diceva in sostanza, non si impone per paura: si sceglie perché è più bella da vivere.

Nel 1994 scrive anche il Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica, nato non a tavolino ma dalla pratica: Langer teorizzava dopo aver fatto, non prima. Serve, dice, che in ogni comunità mista ci siano “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Persone disposte a stare nel mezzo, che è il posto più scomodo e più utile.

Stari Most, il ponte di Mostar
Stari Most, Mostar: il ponte distrutto e ricostruito, immagine dei Balcani a cui Langer dedicò gli ultimi anni. Credito: foto Berthold Werner, CC BY-SA 4.0

Gli ultimi anni li dedica alla guerra nella ex Jugoslavia, e in particolare a Tuzla, la città bosniaca dove la convivenza tra gruppi era sopravvissuta al conflitto. Dopo la strage del 25 maggio 1995, che uccise decine di ragazzi in piazza, arriva a sostenere che l’aggressione vada fermata anche con la forza: una revisione dolorosa del proprio pacifismo, che ha però il pregio raro di essere spiegata pubblicamente, passo per passo.

Il 3 luglio 1995 si toglie la vita. Lascia scritto: “Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

Perché ce ne occupiamo ancora oggi? Perché il lascito è vivo, non museale. La Fondazione Alexander Langer Stiftung di Bolzano ne custodisce l’archivio e assegna dal 1997 un premio internazionale: l’edizione 2026 è andata a François Kamate Kasereka, giovane attivista del Nord Kivu (Repubblica Democratica del Congo), promotore delle campagne “Fossil Free Virunga” e “Fossil Free DRC”, premiato il 17-18 aprile a Bolzano nell’ambito di Euromediterranea 2026, “One Planet. Joining Hands”. E perché l’anniversario ha riempito il calendario di convegni — da Verona a Torino — attorno a una domanda che resta la sua: stiamo facendo ciò che era, è e sarà giusto?

Langer non ha lasciato un sistema, ma un metodo: ascoltare, mediare, prendersi la responsabilità. E una misura, che vale per la politica come per una casa: più lento, più profondo, più dolce.


Scheda progetto

Chi: Alexander Langer, Vipiteno 1946 – Firenze 1995

Ricorrenza: 80 anni dalla nascita · 2026

Fonti: il Post, Fondazione Alexander Langer Stiftung, Gariwo, Avvenire, Articolo21

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