C’è una panchina, in una piazza che potrebbe essere ovunque, con un bracciolo esattamente al centro del sedile. Non serve a chi si siede: le braccia trovano appoggio anche senza. Serve a impedire che qualcuno vi si stenda. È un dettaglio da un centimetro di sezione, disegnato apposta, pagato apposta, montato apposta. E funziona: nessuno dorme più su quella panchina. Il problema di chi non aveva altro posto dove dormire resta esattamente dov’era, solo un metro più in là.

Questa famiglia di soluzioni ha un nome tecnico, “hostile architecture” o “defensive design”, e un catalogo ormai piuttosto ampio. Il caso più citato è la Camden Bench, commissionata dal Comune di Camden a Londra nel 2012: un blocco di calcestruzzo scolpito a piani inclinati, senza schienale, senza fessure, con un rivestimento anti-graffiti. I progettisti la presentarono come un oggetto capace di scoraggiare insieme il sonno, lo skateboard, lo spaccio e il vandalismo: una specie di manifesto in negativo, l’arredo urbano pensato prima di tutto per ciò che deve impedire. Sulle pensiline degli autobus britannici si trovano sedute inclinate che reggono il peso solo se ci si punta sui piedi, così da scoraggiare la sosta prolungata. Sui muretti bassi compaiono i cosiddetti “pig’s ears”, alette metalliche che rendono impossibile farci scivolare sopra uno skateboard. In alcune città si sono sperimentate luci a tinta rosa violacea pensata per accentuare l’acne degli adolescenti e allontanarli dagli angoli dove si radunano. Ogni soluzione ha un bersaglio dichiarato (chi dorme, chi pattina, chi sosta troppo a lungo, chi è troppo giovane) e uno strumento identico: il progetto usato come dissuasione invece che come accoglienza.

Quello che mi interessa, da progettista, non è tanto l’elenco delle soluzioni quanto il ragionamento che le precede e le assolve. Negli anni Sessanta lo psicologo sociale Melvin Lerner formulò quella che oggi si chiama “belief in a just world”: la tendenza, quasi un bisogno cognitivo, a credere che il mondo sia fondamentalmente equo, che ciascuno ottenga ciò che merita e meriti ciò che ottiene. È una convinzione rassicurante, perché se il mondo è giusto basta comportarsi bene per essere al sicuro, ma ha un effetto collaterale documentato: quando una condizione di sofferenza non si può risolvere né spiegare, si tende a spostare la colpa sulla vittima, per far tornare i conti con l’idea di un ordine giusto. Chi dorme su una panchina non è più, in questa logica, qualcuno che non ha un altro posto dove stare: diventa qualcuno che se l’è in parte cercata, o comunque non abbastanza “meritevole” perché la città debba occuparsene con un gesto di ospitalità invece che con un bracciolo.

Il progetto, qui, non fa da sfondo neutro a questo pregiudizio: lo mette in forma, lo rende permanente, lo consegna al calcestruzzo. Ed è esattamente per questo che la scelta dei materiali e dei dettagli non è mai una questione solo tecnica.
Un bracciolo, un’inclinazione, un rivestimento anti-graffiti sono frasi complete: dicono a chi è rivolto quello spazio e a chi no, molto prima di qualunque cartello.
Nel lavoro di studio mi capita spesso di misurare l’ospitalità di un luogo pubblico non dalle intenzioni dichiarate ma da questi dettagli minori: la pietra lasciata libera di essere seduta, panchina o gradino a seconda di chi arriva, la tettoia che ripara senza delimitare un perimetro di appartenenza, l’ombra pensata per chi si ferma e non solo per chi passa. Nel Mediterraneo, dove lo spazio pubblico ha sempre avuto anche una funzione di rifugio dal caldo prima che di decoro, questa distinzione pesa doppiamente: un sedile in pietra locale, largo, senza divisori, non è un vezzo estetico ma la continuazione di un’idea antica di piazza come luogo che accoglie prima di selezionare.

C’è poi un paradosso pratico che l’architettura ostile tende a nascondere: nella maggior parte dei casi non risolve nulla, sposta soltanto. Chi non ha una casa non smette di esistere perché una panchina è diventata scomoda; trova un altro angolo, spesso meno visibile e meno sicuro. Le città che hanno provato a misurare l’efficacia di questi dispositivi arrivano quasi sempre alla stessa conclusione: costano, deturpano lo spazio comune per tutti, anche per chi non è mai stato il bersaglio, e non intaccano la causa del problema, perché il problema non era la panchina. È una forma di progetto che rinuncia a progettare la soluzione e si accontenta di progettare l’esclusione, ed è forse la rinuncia più costosa che un architetto possa permettersi: quella di credere che uno spigolo possa sostituire una politica.

Mi chiedo spesso, disegnando una seduta o una soglia, se sto rispondendo a un bisogno o a un sospetto. La differenza non si vede subito, e forse è proprio per questo che vale la pena continuare a chiederselo ogni volta.

Scheda progetto
Riferimenti: Camden Bench, Factory Furniture per il London Borough of Camden, Londra · 2012
Teoria: Melvin J. Lerner, The Belief in a Just World: A Fundamental Delusion, 1980
Fotografie: Herzi Pinki · The wub · Ridiculopathy · Argo Navis · TheGoodEndedHappily · sailko, via Wikimedia Commons



