C’è una frase che mi torna spesso in mente mentre lavoro sugli spazi. “La forma segue la funzione” è talmente abusata che ha quasi perso senso. Ma certi oggetti la restituiscono intatta, come se la stessero pronunciando per la prima volta. I bicchieri Sferico di Joe Colombo sono uno di questi.

Li ho incontrati per la prima volta in una mostra, qualche anno fa. Erano in una teca — sei bicchieri in vetro trasparente — e la prima cosa che ho pensato è stata: sembrano sezioni. Come quei dettagli costruttivi che si disegnano a tavolo, dove tutto è necessario e niente è ornamentale. Forme geometriche pure — sfere, cilindri, volumi squadrati — combinate con una logica che non era decorativa, era progettuale.
Joe Colombo li disegnò nel 1968, lo stesso anno in cui il mondo sembrava voler rompere con tutto il passato. Lui stava già oltre. Non si trattava di rottura ma di costruzione: un’idea di oggetto che fosse insieme strumento, esperienza e dichiarazione di poetica. Colombo aveva studiato pittura all’Accademia di Brera, poi architettura al Politecnico di Milano. E si vedeva — in ogni oggetto che firmava c’era la precisione dell’architetto e la libertà del pittore. Una combinazione rara, quella che produce oggetti che resistono al tempo.

La serie Sferico è composta da sei bicchieri, ognuno diverso. Non varianti dello stesso modello, ma forme pensate in relazione a ciò che conterranno: acqua, vino, whisky, champagne, liquore. La forma cambia perché cambia il gesto. Colombo pensava il bicchiere non come contenitore, ma come estensione della mano — uno strumento per il gesto, come un architetto pensa una maniglia o un gradino. Non la forma che si vede, ma il movimento che si genera.
Qui, nel mio studio a Napoli, ragiono spesso su questo tipo di connessioni. Lavoro prevalentemente su ristrutturazioni residenziali, e una delle domande che mi pongo sempre è: cosa fa questo elemento, in questo spazio, con chi lo abita? Non si tratta solo di estetica. Si tratta di capire il rapporto tra la forma e il corpo, tra l’oggetto e il gesto quotidiano che abilita o inibisce. Colombo l’aveva capito decenni prima che il termine “user experience” diventasse di moda.

Il vetro soffiato, trasparente, senza alcun ornamento, amplifica le proporzioni e le rifrazioni. Ogni bicchiere è una piccola installazione luminosa. Lo stelo è breve, solido, ma non invadente. La coppa è a volte una sfera perfetta, altre volte un volume schiacciato o squadrato — un gioco visivo tra la disciplina del Bauhaus e la libertà della Pop Art. Ma Colombo non stava citando nessuno: stava costruendo un proprio linguaggio.
Quello che mi colpisce di più, guardando la serie Sferico, è la coerenza tra forma visiva e intenzione intellettuale. Non ci sono aggiunte, niente di gratuito. Ogni volume ha una ragione, ogni proporzione ha un perché. È la stessa logica che provo ad applicare quando lavoro su un progetto: togliere prima di aggiungere, capire cosa è necessario e lasciare che sia quello a determinare la forma.

Un bicchiere che si comporta come un edificio. O forse un edificio che dovrebbe comportarsi come questo bicchiere.
Chissà quanti progetti avrei disegnato diversamente, se avessi tenuto la serie Sferico sul tavolo da quando ho cominciato.



