C’è un momento, alla fiera EDIT Napoli, in cui smetti di guardare gli oggetti e cominci ad ascoltarli. Non so spiegarlo altrimenti. Camminavo tra gli stand della Santissima Community Hub — un ex ospedale militare nei Quartieri Spagnoli trasformato in spazio creativo, con quell’aria sospesa che hanno i luoghi che cambiano funzione — quando mi sono fermato davanti a tre vasi di ceramica. Semplici, sulla carta. Eppure c’era troppa intenzione in quelle superfici per essere solo decorazione.

Il progetto si chiama Loggi Set, è firmato da Tramastudio — Francesca e Manuela Pucciarini — in collaborazione con la ceramista Federica Paglia. Non è un oggetto di design nel senso convenzionale. È una traduzione. Le due progettiste hanno lavorato con un laboratorio ceramico di inclusione sociale a Perugia, nel quartiere Loggi — periferia, multiculturalismo, strati sociali complessi — e hanno convertito i dati di quel territorio in un alfabeto visivo: forme, quantità, colori applicati a mano sulla superficie di ogni vaso.
Tre contenitori in argilla bianca e rossa che si possono assemblare in composizioni diverse. Separati, sono vasi. Insieme, diventano un tavolino. È una metafora che non ha bisogno di spiegazioni: pezzi distinti, storie diverse, che trovano un senso compiuto solo nella relazione.

Ho varcato la soglia di EDIT con quella diffidenza che ho ogni volta che una fiera si svolge nella mia città — il rischio di ridurre Napoli a scenografia è sempre presente. Ma questa settima edizione aveva qualcosa di diverso. Il progetto di Trama ha ricevuto una menzione speciale dalla giuria internazionale, e capisco perché: in un panorama in cui il design spesso parte dall’immagine per arrivare al concetto, qui il percorso era rovesciato. Prima la comunità, prima il territorio, poi la forma.

Le superfici portano impressi elementi a piastrella applicati a mano e smaltati — l’architettura del quartiere tradotta in pelle dell’oggetto. Ogni vaso è una mappa. Non geografica: affettiva, quasi antropologica. Guardarlo significa guardare un quartiere che normalmente non si guarda.

Nel mio lavoro a Napoli — soprattutto nelle ristrutturazioni nei quartieri storici — capita di imbattersi in oggetti che hanno una storia sedimentata nella materia. Una piastrella di recupero, un bordo di porta consumato, un pavimento che ricorda chi ci ha camminato. Il Loggi Set appartiene a questa tradizione di oggetti che non fingono di essere eterni: sono testimonianze. Raccontano da dove vengono, e questo li rende più interessanti di mille pezzi esteticamente perfetti ma muti.

Quello che mi colpisce di più è il gesto di rendere visibile ciò che è invisibile. I dati di un quartiere periferico di Perugia finiscono su tre vasi di ceramica esposti nei Quartieri Spagnoli di Napoli. C’è un cortocircuito geografico e sociale in questo che trovo potente: la periferia che entra nel cuore del festival.

Mi rimane una domanda, portata via dalla fiera insieme a tutto il resto: quante storie di territorio potrebbero diventare forma, se solo decidessimo di ascoltarle prima di disegnare?


