Sul portale scolpito di Piazza Cordusio, tra due telamoni distesi sull’architrave, si legge ancora “POSTE”. Sotto, in caratteri più piccoli e più nuovi, “Starbucks Reserve Roastery”. La sovrapposizione delle due scritte, una incisa nella pietra più di un secolo fa e l’altra applicata ieri, è un chiaro segno di rispetto della memoria. È raro vedere un’insegna commerciale accettare di stare sotto un’altra, di lasciarsi leggere come postilla e non come titolo.

L’edificio è Palazzo Broggi, firmato dall’architetto Luigi Broggi nel 1901 per ospitare la Borsa di Milano, prima di diventare per gran parte del Novecento l’ufficio postale centrale della città. Architettura civile di primo Novecento nel senso più pieno del termine: colonne, statue distese sull’architrave, una monumentalità pensata per rassicurare chi vi affidava i propri risparmi o le proprie lettere. È il tipo di edificio a cui penso con il termine gentilizio, non per il blasone di una famiglia, ma per quella severità borghese che pretende rispetto anche quando cambia destinazione.
Dentro, il rispetto viene messo alla prova. Al centro della sala campeggia un torrefattore Scolari, verde brillante, prodotto in Brianza, che tosta il caffè a vista mentre i clienti bevono e fotografano. Da lì partono tubi in ottone che si arrampicano fino al soffitto e si diramano come un apparato circolatorio, per portare i chicchi appena tostati fino al bancone o alla linea di confezionamento. È un gesto teatrale, quasi da fabbrica ottocentesca reinventata per un pubblico che non ha mai visto una fabbrica: la stampa internazionale, al momento dell’apertura nel settembre 2018, l’ha paragonato più volte alla fabbrica di cioccolato di Willy Wonka, e non a torto.

Sopra tutto questo, un soffitto in metallo trapezoidale — realizzato da Atena in sezioni ciascuna diversa dall’altra, come un mosaico industriale fatto su misura — accoglie e rilancia i tubi di ottone che corrono sopra le teste degli avventori. Sotto i piedi, la palladiana: un pavimento a graniglia fatto a mano, la stessa tecnica povera e paziente che si trovava nei portoni e nelle scale di tante case italiane del dopoguerra, oggi rivalutata come materiale nobile. Nel mezzo, i banconi in marmo Calacatta Macchia Vecchia, cavato in Toscana, con il piano riscaldato e la base intagliata in teak; su uno di essi, al piano ammezzato dedicato ai cocktail, un unico blocco di marmo lungo dodici metri fa da bancone.
È un catalogo di artigianato italiano messo in scena per raccontare, con qualche libertà teatrale, il mestiere del caffè.


A firmare l’allestimento non è stato uno studio di architettura esterno, ma il team interno di design di Starbucks, guidato dall’allora chief design officer Liz Muller, in collaborazione con artigiani e aziende locali — lo stesso Scolari per il torrefattore, Atena per il soffitto, e Solari per la tabella a palette che scandisce la miscela in tostatura, tornata per la prima volta nel paese che l’ha inventata dopo decenni passati nelle stazioni di tutto il mondo.
La regia strutturale e impiantistica, con la difficile integrazione fra le opere al grezzo del palazzo storico e l’allestimento del conduttore, è stata affidata ad Arup, che l’ha definita un esempio del proprio “total design”: architettura, interni e ingegneria fuse in un solo gesto.


Confesso di guardare a questa operazione con un’ambivalenza che mi accompagna spesso quando lavoro su un palazzo storico a Napoli. C’è qualcosa di onesto nel modo in cui la macchina industriale si dichiara tale, senza travestirsi da elemento d’epoca: l’ottone non finge di essere maiolica, il torrefattore non finge di essere un affresco.
È una forma di rispetto, forse l’unica possibile quando chi interviene su un edificio storico non ha, né rivendica, l’autorità di un progetto d’architettura, ma la logica di un allestimento globale, pensato per essere ripetuto in sei città del mondo con variazioni minime. Eppure è proprio quella replicabilità a inquietarmi: nella mia pratica il punto di partenza è sempre la specificità irripetibile del luogo, la luce che entra da un certo affaccio, la pietra locale, le storie di chi ci ha abitato prima. A Milano quella specificità è stata usata come sfondo per un racconto pensato altrove, e riprodotto, con variazioni, a New York come a Tokyo.
Mi chiedo allora se la vera domanda non riguardi il gusto, industrial contro gentilizio, ottone contro stucco, ma la direzione del rispetto: se un edificio storico debba essere il set su cui un marchio racconta se stesso, o se possa invece restare protagonista, capace di imporre le proprie regole a chi lo abita anche solo per il tempo di un caffè. Non ho ancora deciso da che parte stare, e forse è proprio questa incertezza il segno che il progetto, con tutta la sua spettacolarità, ha toccato qualcosa di vero.



